Impotenza della critica e futuro del lavoro

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Generoso Picone
Generoso Picone, Giornalista, Scrittore, autore di pubblicazioni storiche e di analisi sociale, studioso della letteratura italiana contemporanea.

Adesione necessitata a qualsiasi ipotesi di ingaggio per mero prosaico bisogno o progetto di realizzazione identitaria in cui investire ambizioni e talento 

Appena quattro mesi dopo la riflessione che Sigmund Freud consegna al pastore Pfister – che fa da esergo al testo di Ugo Morelli introduttivo a questo confronto – John Maynard Keynes è a Madrid per tenere una conferenza a cui verrà dato il titolo “Prospettive economiche per i nostri nipoti”. Il padre della macroeconomia, il massimo teorico delle analisi sul breve periodo che ai suoi critici liberisti amava rispondere “nel lungo periodo siamo tutti morti”, probabilmente non ha conoscenza dell’inquieto interrogativo freudiano. Ma, riflettendo sul clima di depressione che dominava il mondo all’indomani del crollo di Wall Street nel Giovedì Nero del 24 ottobre 1929, vuole spingere il suo sguardo verso una prospettiva più avanzata. Constata “i disastrosi errori che abbiamo commesso” che “ci rendono ciechi di fronte a quanto sta accadendo sotto il pelo dell’acqua” e sfida i suoi colleghi a immaginare il mondo cent’anni dopo.  

Nel 2030 – è la sua visione – il livello di ricchezza collettiva sarebbe stato tale che i futuri nipoti avrebbero potuto dedicare poco tempo al lavoro e tantissimo alla cultura, all’arte, al divertimento e alla creatività: le risorse a disposizione, malgrado tutto, sarebbero state tali che l’uomo finalmente liberato dall’ossessione del lavoro si sarebbe dedicato alla cura di spirito e mente. Se Karl Marx e Friedrich Engels, ne “L’ideologia tedesca” del 1846, avevano prefigurato il momento in cui l’uomo sarebbe stato in condizione “di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio a pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia, senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico”, Keynes – ben lontano dall’adesione a categorie marxiane e tantomeno comuniste – in quel giugno del 1930, in un frangente di crisi generale acuta, con alle spalle una catastrofe e davanti a se un’apocalisse, apre a una prospettiva di leopardiane “magnifiche sorti e progressive”.  

Novanta anni dopo i nipoti direbbero che aveva sbagliato. La voce della nuova generazione di cui Keynes già ne “Le conseguenze economiche della pace” del 1919 lamentava il silenzio, si alzerebbe per indicare lo scenario di un’epoca in cui, pur essendo il lavoro non più quello di tempo, esso si presenta sempre più nel profilo dello sfruttamento e dell’alienazione. John Maynard Keynes non ha fatto in tempo ad assistere alle due-tre rivoluzioni industriali che dai primi decenni del ‘900 hanno condotto al dominio dell’elettronica, dell’informatica, della digitalizzazione e dell’immaterialità negli anni Duemila. Non ha potuto prevedere l’era delle macchine intelligenti, del web, della new economy, dello smart working e delle app che interpretano finanche le emozioni primarie. Non è arrivato a verificare quanto, per esempio, ha mostrato il frangente del lockdown e dell’emergenza da pandemia Covid-19. Non ha registrato l’incessante fatica degli operatori delle grandi piattaforme di distribuzione di beni e merci e delle agenzie della loro consegna a domicilio, l’impegno a tratti eroico di infermieri, di assistenti socio-sanitari, di autisti e portantini di ambulanze, la resistenza quotidiana delle cassiere dei supermercati, l’attività silenziosa dei facchini: la tenuta, insomma, della rete pressocché sommersa della cosiddetta società dei servizi, sostenuta da figure contrattualizzate nella precarierà e nella provvisorietà dei rapporti di tutela e garanzia: una struttura che si è rivelata indispensabile e insostituibile che agiva “sotto il pelo dell’acqua”. 

Ne fosse stato testimone, avrebbe compreso come le giornate più tragiche e complicate attraversate dall’Italia e dal mondo abbiano posto in evidenza ciò che la somministrazione sapiente dei principi del postmoderno avevano fatto in modo di declinare come ordinario.  

Siamo di fronte a un limite politico, sindacale, filosofico che va a ribadire e rafforzare la sua natura di concessione feudale e non di diritto costituzionale 

Il lavoro, il nuovo lavoro nei sistemi 2, 3 o 4.0 è questo: si fonda sulla normalizzazione del concetto di sfruttamento diventato presupposto banale. Altro che superamento e sublimazione, liberazione e riscatto: nella sostanza si è fermato ai rudi anni dell’acciaio e della fabbrica, sostituendo il modello Toyota con quello Amazon e confermando il tono della risposta che nella seconda metà degli ’80 un alto dirigente di un ente di Stato diede a chi gli sottoponeva eufemistiche perplessità per il fatto che nell’Isochimica di Avellino gli operai raschiassero l’amianto a mani nude e senza la minima protezione ai pulviscoli cancerogeni: tanto lì hanno bisogno di lavorare e si accontentano anche di questo. Il paradigma del lavoro post-materiale e della produzione di dati merce che si è imposto meriterebbe un nuovo Karl Marx dei “Manoscritti economico filosofici” del 1844. 

Il problema lavoro, nella sua concettualizzazione teoretica e nella sua dispiegazione pragmatica, pare così irrimediabilmente imbrigliato nella dualità ormai congenita dei significati – adesione necessitata a qualsiasi ipotesi di ingaggio per mero prosaico bisogno e progetto di realizzazione identitaria in cui investire ambizioni e talento – con scarsi passi in avanti in grado di superarlo. Sarà questa la ragione per cui il dibattito sul futuro o sulla fine – sul futuro e sulla fine, verrebbe da dire – del lavoro si risolve puntualmente in una dichiarazione di impotenza della critica che non riesce a incidere sulla realtà. Non è stato possibile ipotizzare un diverso modello capace di recepire le esperienze di pensiero che da Keynes a Ivan Illich passando per Adriano Olivetti si sono registrate come eccezioni che non hanno costruito una regola. 

Capire che cosa si fa e che cosa si è per provare a misurarsi con un grande progetto di cambiamento 

Si tratta di un limite politico, sindacale, filosofico che va a ribadire e rafforzare la sua natura di concessione feudale e non di diritto costituzionale. Proclamando la sua valutazione assolutamente quantitativa, il tema lavoro negli snodi della sua vicenda ripropone un eterno ritorno all’eguale. Quanti degli argomenti oggi sul tappeto paiono ricalcare quelli che per esempio nel 1978 avevano animato il confronto acceso sull’ideologia del lavoro, sul rifiuto di una pratica a cui essere costretti per vivere e non per realizzarsi. L’adeguamento, se non la resa, a una sorta di invalicabile principio di realtà ha bloccato una riflessione profonda in grado di fornire risposte. Ora, sempre che se ne abbia voglia, non resta che ripartire da un progetto di assunzione di consapevolezza: capire che cosa si fa e che cosa si è per provare a misurarsi con un grande progetto di cambiamento. 

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