La cultura che cura

Autore

Alessandra Limetti
Alessandra Limetti, Milanese ma bolzanina d’adozione, attrice e vocologa, con una laurea in Filosofia e diverse specializzazioni accademiche nell’ambito della voce e dei suoi utilizzi artistici e professionali, è docente di comunicazione e public speaking e svolge attività di consulenza e formazione aziendale nell’ambito delle risorse umane. Si è a lungo occupata di progetti culturali e teatrali come strumenti di intervento per le aree di disagio sociale e di teatro in carcere e, tutt’oggi, di progetti di didattica teatrale ed espressiva con soggetti diversamente abili, anche nell’ambito del teatro professionale. Speaker e vocal coach, lavora con centri di formazione artistici, studi di registrazione e radio ed è specializzata in vocal training per attori e professionisti della voce parlata, oltre che in didattica teatrale per le scuole superiori, anche in collaborazione con il Teatro Stabile di Bolzano. Critico teatrale iscritto all’ANCT (Associazione Nazionale critici di teatro), scrive per diverse pubblicazioni e per il quotidiano Alto Adige.

Del perché vadano sostenute le iniziative culturali in questo tempo sospeso, così come salvaguardati e valorizzati i luoghi dello spettacolo dal vivo e i professionisti che vi operano. 

Ricordo le prime visioni, i primi ascolti dal vivo. Scoprire, per la prima volta, un testo, una partitura, immergendomi, lì, con tutta me stessa, in quella sensazione, con quegli artisti davanti agli occhi, con quelle persone intorno a me, con quella impressione perdurante che ti rimane come a suggello dell’emozione provata. E, da adulta, non ha smesso di accadere. Non è raro che leghi alcune esperienze di spettacoli dal vivo con un ricordo della temperatura della sala, o con una memoria olfattiva. Una diversa dall’altra. Per l’odore particolare di certe scenografie, per gli aloni di profumo degli spettatori vicini, per una fragranza indefinibile che si accompagna all’esperienza visiva e uditiva.  

Lo spettacolo dal vivo è sinestesia. È un concentrato di esistenza. Un concerto ci offre una narrazione in note, nel momento del suo farsi, ci racconta una traduzione possibile di movimenti interiori. E il teatro, nelle sue molteplici forme, ci parla dell’origine del bene e del male dell’umanità, dei suoi balsami e dei suoi veleni. Una tridimensionalità assoluta. Nutrimenti dell’anima che non si può lasciare spegnere per incuria, ignoranza o malafede. Per la morte dei teatri e la fine ingloriosa degli spazi, preposti all’arte, che sono costretti a chiudere perché ritenuti “attività non essenziali”. 

Abbiamo ancora e sempre bisogno di agnizioni e catarsi, oggi come al tempo di Aristotele. Siamo in un momento di fermo, e non entro nel merito dell’opportunità o meno della chiusura; certo hanno chiuso i teatri – luoghi controllatissimi e, relativamente, a basso rischio di contagio  – molto prima di altre realtà ben più problematiche, ma tant’è… Proprio ora, nel tempo in cui la narrazione dominante ci parla di ricoveri e lutti, di sacrifici e chiusure, abbiamo più che mai bisogno di sperimentare vitalità intorno a noi, elemento indispensabile per un’ecologia della mente e del sentire. Si rende forse necessario che gli artisti, pur mantenendo uno sguardo alla loro arte come dialettica vivente e che, quindi, presuppone una presenza, anzi, uno scambio di presenze, trovino nuove forme di ingresso, nuove ipotesi di permeazione del vissuto estetico e interiore (stavo quasi per scrivere “etico”. Quasi) del loro pubblico. Non per snaturarsi, ma per moltiplicarsi, nell’attesa.  

Nell’attesa di poter ritornare a vestire i loro panni, di poter dispiegare appieno le ali delle proprie potenzialità espressive. Farsi sentire comunque vicini a un mondo che non può fare a meno di loro, pena il perdersi, lo smarrirsi nel prosaico e nell’indeterminato, nella reiterazione bovina di un quotidiano sempre uguale a se stesso, senza un lume di riflessione e di verità. E devono essere per forza modalità differenti, perché la sola riproposizione di un’esperienza live in fruizione a distanza, sebbene possibile, è inevitabilmente depauperata e, dunque, tradita. E non è di nutrimento per nessuno, se non per i palinsesti.  

Il rischio cui si va incontro non è solo vedere chiudere luoghi di cultura e gettare nel bisogno e nella disperazione le specifiche maestranze, ma anche, qualora si cercassero “strade alternative” (temporanee se le si pensa come “alternative”; legittimabili sempre, se possono affiancarsi e pacificamente convivere, financo compenetrarsi), è confondere la cosiddetta “sperimentazione culturale” (spesso legata al “come”, non al “cosa”) con il dilettantismo 

È, piuttosto, necessaria una traduzione, una riduzione all’essenza, aggiungendo qualcosa di ulteriore, di specifico, che la trasformi in altro – un altro in cui comunque si riconosca la genesi, l’origine, il parto. Pensiamo alla bellezza di certi audiolibri, altro ma ugualmente alto, rispetto ai romanzi o ai saggi da cui scaturiscono. La traduzione, in questo caso, è la voce umana, quell’elemento in più – o, quantomeno, differente dal solitario fruire – che trasforma una prosodia tutta interiore in dinamica vocale esplicita. E tanti artisti, in questo, si sono messi in discussione, si sono messi a disposizione. Senza, tuttavia, sapere che ne sarà di loro nel prossimo futuro, senza sapere se saranno adeguatamente retribuiti per il proprio impegno, per il proprio lavoro, né cosa succederà sul lungo periodo. Manca un’interlocuzione reale e franca con la dirigenza pubblica. 

Perché ciò sia possibile, occorre sostegno. Occorre che gli artisti e gli operatori culturali si vedano valorizzati dalle istituzioni in modo adeguato, riconosciuti, ascoltati. E valorizzati per ciò che sono: elementi di equilibrio, e di crescita sana, di ogni società civile. Abbiamo ancora e sempre bisogno di agnizioni e catarsi, appunto. Basterebbe questa osservazione, basterebbe che venisse veramente capita e metabolizzata, perché venga spazzato via una volta per sempre il pregiudizio che l’arte sia qualcosa di non essenziale, di dilettevole, sì, ma di superfluo. Stiamo rischiando tanto. Stiamo rischiando di perdere il nostro spessore come esseri umani, la nostra più profonda specificità. 

Il concetto di “cultura” è, per sua natura, poliforme, difficile da ingabbiare in una definizione, perché fluido, metamorfico; è quindi assai facile da maltrattare e da abusare. La cultura nasce dall’incontro degli ingegni, dalla ricerca, dagli scambi, dal confronto tra intellettualità differenti fra loro anche in modo trasversale. 

Il rischio cui si va incontro non è solo vedere chiudere luoghi di cultura e gettare nel bisogno e nella disperazione le specifiche maestranze, ma anche, qualora si cercassero “strade alternative” (temporanee se le si pensa come “alternative”; legittimabili sempre, se possono affiancarsi e pacificamente convivere, financo compenetrarsi), è confondere la cosiddetta “sperimentazione culturale” (spesso legata al “come”, non al “cosa”) con il dilettantismo. La prima si fa portavoce di istanze nuove, introduce nel già noto, nella tradizione, elementi di novità, anche di rottura, presupponendo tuttavia una profonda conoscenza di ciò che si propone di rinnovare, di traghettare nel futuro con forme differenti. Forme che non sostituiscono, ma che implementano un ventaglio di possibilità. È il caso delle performance multimediali. Certo, ci vuole competenza e grande professionalità, pena l’avallare e far proliferare un tiepido e rassicurante (per chi lo propugna) sottobosco di mediocrità culturale, un denso pressappoco che mal pensa, mal agisce e mal educa. Ma per conferire il giusto valore alle diverse professionalità culturali e artistiche, è necessario dar loro pubblico riconoscimento e – in questo momento di fermo forzato, di pausa, di horror vacui in cui comunque il grosso dell’attività è bloccato e penalizzato – un sostegno tangibile che sia di stimolo tanto al ricercare nuove forme di contatto col pubblico quanto al continuare a “puntare alto” in termini di progettualità, di qualità e di cura. La “cura” è un concetto spesso misconosciuto, e invece è proprio nella “Cura” che Heidegger individuava il valore che dà senso all’essere, nel “prendersi cura” di ciò che ci viene incontro. Curarsi, aver cura, proteggere. Ma “cura” è anche “curare”, fare accuratamente, agire in modo accurato. Fare bene. In una civiltà che manifesta sintomi di disagio, di “malattia”, proprio perché spesso non trova i propri riferimenti culturali e dunque neppure se stessa e il progetto di ciò che può diventare, questo è l’impegno “alto”, l’eccellenza cui è necessario puntare. Cosicché il “curare” diventi a tutti gli effetti anche sinonimo di “far guarire”. Che, in tempi di pandemia, non è un concetto scontato.  

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