“C’è una crepa in ogni cosa / è da lì che entra la luce”. Il trauma e la bellezza

Autore

Maria Grazia Portera
Ricercatrice in Estetica all’Università di Firenze. Si occupa di estetica evoluzionistica, estetica sperimentale, estetica ambientale. Ha collaborato alla nuova edizione della Storia dell’estetica occidentale. Da Omero alle neuroscienze, a cura di Fabrizio Desideri e Chiara Cantelli (Carocci, 2020) e ha pubblicato tra l’altro, L’evoluzione della bellezza. Da Darwin al dibattito contemporaneo (Mimesis, 2015); La bellezza è un’abitudine. Come si sviluppa l’estetico, (Carocci, 2020). È autrice di numerosi saggi scientifici apparsi in riviste internazionali.

Confitta nel trauma della pandemia, la bellezza è splendore effimero che si dà a vedere.  
È forse questa la sua promessa 

Sarebbe assai facile, persino ovvio, prendere avvio per questo breve scritto dal celebre passaggio dostoevskiano “la bellezza salverà il mondo”, tanto più il mondo ferito dal trauma della pandemia. Come noto, però, quella di Dostoevskij ha poco della fiduciosa asserzione e più, invece, del fremito della domanda: «È vero, principe, che una volta diceste che il mondo sarà salvato dalla bellezza? Signori – si mise a gridare a tutti – il principe afferma che il mondo sarà salvato dalla bellezza! E io affermo che ha idee giocose perché è innamorato. Signori, il principe è innamorato; me ne sono convinto poco fa, appena è entrato. Non arrossite, principe, mi fareste pena. Quale bellezza salverà il mondo?».  

L’interrogativo di Ippolìt Terént’ev, diciottenne che ne L’Idiota sta sulla soglia di una morte per tisi, è potente. Trasposto nel nostro tempo, mette a tema il possibile ruolo residuo del bello nel guado del dolore e nell’isolamento delle (reiterate) quarantene. Quale bellezza salverà questo mondo? Un virus respiratorio invisibile ma tangibilissimo nei suoi effetti ha scarnificato le nostre esistenze sino alla più elementare delle necessità, cioè la fame di ossigeno, d’aria. Resta, in ciò, uno spazio per l’eccedenza del bello? E quale bello, appunto? In una pubblicazione recente, Roberto Diodato rovescia sin dal titolo l’assunto: no, La bellezza non salverà il mondo (Morcelliana 2020), cioè non c’è potere salvifico del bello in sé né, apparentemente, alcun ruolo ovvio per l’esperienza estetica nel trauma pandemico che tutti abbiamo attraversato e ancora stiamo attraversando.  

Conviene sostare brevemente sull’intimo legame tra “trauma”, in quanto lesione subita, perforamento, ferita, e “thauma”, che è principio logico e non meramente cronologico della filosofia. Così il Socrate platonico conferma a Teeteto: «ciò che provi – il thaumàzein – è un sentimento assolutamente tipico del filosofo. La filosofia non ha altra origine che questa e, a quanto pare, chi ha definito Iride figlia di Taumante non ha tracciato una cattiva genealogia» (Teeteto,155d). Gli fa eco Aristotele in Metafisica (I, 2, 982b12): «gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa del thaumàzein». È noto che il thauma in questione non è semplice meraviglia o sorpresa. Indica, piuttosto, lo sconcerto per il colpo subito, la paura dinanzi al pro-blema, cioè a ciò che ci viene gettato innanzi (pro-ballein) in modo inaspettato. Riprendendo gli esempi del passaggio aristotelico: arché della filosofia è il thauma per il corso seguito dagli astri, che è di un certo tipo anziché di un altro, oppure per la diversità apparentemente infinita delle forme viventi, che si impongono sul nulla. Principio della filosofia è, per eccellenza, lo sconcerto perché qualcosa, che come ogni cosa è destinato all’annientamento, ancora c’è, è vivo; pur soggetto al destino del nulla, vi si oppone fiorendo per lo spazio di un istante. In questo senso, arché di tutta la filosofia è la bellezza in quanto brillio fugace su uno sfondo di finitudine; essa, con la sua irripetibile fragilità, ci interroga come pro-blema.  

Le statistiche informano che, a partire dai primi mesi di lockdown nella primavera del 2020, la dedizione degli italiani per piccole piante d’appartamento, micro-orti e giardini domestici si è esponenzialmente accresciuta. Curare un micro-spazio verde, una pianta che cresce e fiorisce imponendo brevemente la propria elementare vitalità nel generale clima morti-fero è stato, per molti, utile se non decisivo. Ma perché?  

Anche qui, potremmo forse dire, il confinamento ha agito affinandoci lo sguardo, calamitando la nostra attenzione su quel che fugacemente vive, cresce e fiorisce pur procedendo a grandi passi, come tutto il resto, verso la bocca del nulla. Un fiore, una radice che germoglia, un seme che marcisce e rivive nella pianta: lo spazio chiuso delle nostre case è stato il piccolo palcoscenico per lo spettacolo della vita che vive nonostante tutto, la scena minuscola per lo sconcerto che deriva dall’ammirare l’esistente, acceso di vita e presto destinato a morire. Con le parole di Pessoa, che tutti in era COVID potremmo sottoscrivere: «Benedetti siano gli istanti, e i millimetri, e le ombre delle piccole cose, ancora più umili delle cose stesse! Gli istanti […]. I millimetri: quale impressione di meraviglia [thaumàzein!] e di coraggio mi provoca la loro esistenza, gli uni accanto agli altri così ravvicinati in un metro. A volte soffro e godo per queste cose. E ne sono goffamente orgoglioso». Quante volte abbiamo sperimentato, nei mesi passati, questo stupore attonito per l’esistenza di una nuova foglia, un fiore, una radice viva nel silenzio di case serrate! 

La pandemia ci ha messo sotto gli occhi le storture di un mondo fuori asse – basti pensare alla disparità nella risposta all’emergenza tra paesi del primo e del terzo mondo, allo strepitoso ingigantirsi della forbice tra ricchi e poveri, alla tragica evidenza di una devastazione dell’ambiente troppo a lungo e troppo a cuor leggero perpetrata. Sullo sfondo di tale massiccio scardinamento, tuttavia, ci sono stati momenti di piccola bellezza, a volte persino accentuati dall’orizzonte traumatico di lacerazione contro cui si stagliavano. Ma ha “salvato” o “guarito” dal male questa bellezza? Ha “curato” o “rigenerato” dal dolore questa luce intensa brevissima delle cose belle?   

Ecco, io credo che guarire o rimettere in sesto non siano tra i primi compiti della filosofia né, ancor meno, riguardino direttamente ciò che è bello. Il valore del thaumàzein estetico-filosofico nella elaborazione del trauma pandemico non è tanto salvare o comporre o guarire quanto piuttosto tener sensibilmente desta l’attenzione, rammentando come possa esserci luce anche e soprattutto nella profondità della ferita. Senza curare, senza suturare, è proprio la ferita viva, cioè la lacerazione del trauma, a schiudere la via attraverso cui può entrare la luce. Questo brillio fragilissimo del bello, destinato anch’esso a spegnersi presto, è allora il faro che pur senza certezza orienta verso trasformazioni e riassestamenti possibili.  

Il 19 marzo 2021 è stato svelato a Firenze, presso Palazzo Strozzi, l’intervento dello street artist francese JR dal titolo La Ferita, The Wound. Si tratta di una serie di pannelli stampati di alluminio, per un’altezza complessiva di circa 28 metri e una larghezza di 33, che compone un trompe l’oeil. Il bugnato di Palazzo Strozzi si apre, nell’installazione site specific, come lacerato o ferito a lasciar intravedere l’interno, cui la pandemia da molti mesi impedisce ai visitatori l’accesso. Si vede il chiostro del piano terra, il piano superiore e una biblioteca. Ospitate al primo piano l’artista ha riprodotto tre icone dell’arte a Firenze:laPrimaverae laNascita di Veneredi Botticelli, custodite agli Uffizi, e Il ratto delle Sabinedi Giambologna, che troneggia nella Loggia dei Lanzi in Piazza della Signoria. The Wound mette a giorno, “crepando” la facciata di Palazzo Strozzi, quello che l’epidemia di COVID-19 sottrae da troppo tempo alla vista: la Galleria degli Uffizi è chiusa, il Palazzo è solitario, non si notano turisti per Firenze né le usuali code all’ingresso della Galleria dell’Accademia o in altri musei. A quanta bellezza siamo stati costretti a rinunciare, in questi mesi di pandemia?  

D’altra parte, è anche vero che lacerando la facciata di Palazzo Strozzi JR intende portare alla luce quel che in condizioni non-pandemiche è generalmente custodito nel chiuso e nell’intimo delle sale museali. La Primavera e la Venere si stagliano adesso su una facciata, attraverso le spigolosità di una crepa, e si offrono gratuitamente a chiunque anche con rapidità attraversi il crocevia tra Piazza della Repubblica e via degli Strozzi. A quanta bellezza rinunciamo quando, semplicemente perché “altrove” rispetto a un museo o ad altri luoghi analoghi che reputiamo deputati al bello, non esercitiamo a sufficienza lo sguardo e ci sottraiamo per distrazione alla “chiamata” (kalòn/kalèin)? In questo senso, The Wound è un invito all’esercizio dello sguardo estetico, anche e soprattutto attraverso le crepe di un tempo, come il nostro, dissestato, fuori asse, piagato: è da lì che può introdursi la luce. There is a crack in everything, c’è una crepa in tutte le cose / that’s how the light gets in, è questo il modo in cui entra la luce: confitta nel trauma della pandemia, la bellezza è splendore effimero che si dà a vedere. È forse questa la sua promessa. 

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