Avere tempo per farsi domande

Autore

Sofia Pederzolli
Sofia studia e lavora nell'ambito del marketing e della comunicazione, prima turistica e poi di prodotto. Ama il networking e stare con le persone per creare occasioni "di comunità" e di crescita continua. Svolge attività di volontariato nel settore della cooperazione e della promozione turistica e territoriale grazie alla carica di Vicepresidente dei Giovani Cooperatori Trentini e di consigliera nel direttivo della Pro Loco di Nave San Rocco. Vicina al mondo del non profit, è anche componente del gruppo che è stata rappresentante dei giovani della Conferenza dei Giovani sul Clima del Trentino Alto Adige a Milano, in occasione della PreCop di ottobre 2021.

Non conoscevo Daniele Del Giudice. Non dico personalmente, proprio a livello di conoscenza culturale, se così si può dire. Capire il significato di un suo racconto leggendolo una sola volta e comunque in poco tempo è praticamente impossibile. Nel suo libro Racconti si affrontano diverse tematiche e si parte dalla considerazione che normalmente qualcuno comunica a qualcun altro la sua passione conoscitiva. Cosa c’è di più bello che condividere spazi, pensieri, idee e beni comuni? Di più bello c’è la meraviglia che lascia la condivisione, il benessere di quel che viene detto e soprattutto, ascoltato.

“Se lo stupore, secondo Aristotele è la prima causa della filosofia, allor la filosofia è una maniera per prendere sul serio lo stupore, ma anche per congedarsene ed azzerarlo; nella scienza è un modo per aumentarlo. Daniele Del Giudice racconta la materia di cui è fatto questo stupore, la sua attualità” (Del Giudice Racconti 2016, p. 9).

Se è vero (ed è possibile che lo sia) che i rapporti hanno bisogno di tre cose, il concetto di io, il concetto di  te e una cosa in comune tra i due concetti, allora è vero che anche una persona può e deve avere, per certi versi, un rapporto con sè stessa. C’è un io, c’è lo specchio e quindi c’è un io riflesso e c’è un’anima fuori dal corpo che collega i due elementi. E allora in qualsiasi rapporto che nasce anche da un’unica persona riflessa si può dialogare, con la mente e con l’anima, in silenzio o parlando. E nelle parole che esprimiamo ci possiamo chiedere veramente: “ciò che può essere detto, esiste?” E ciò che può essere pensato? E ciò che può essere sentito? Forse possiamo trovare le risposte dentro di noi, dentro a quello che pensiamo e sentiamo. Si può dire che il sentimento sia una parola davvero ricorrente nei capolavori di Del Giudice. Un sentimento che può essere alimentato dalla sfera sensoriale. All’interno del panorama dei rapporti e del “toccarsi” infatti, è imprescindibile l’uso dei sensi che lo stesso autore immagina all’interno di vari racconti già a partire dai titoli: Come cometa con il riferimento alla vista, L’orecchio Assoluto che considera l’udito e Di legno e di tela che riguarda invece il tatto.

Parafrasando il passaggio “quanto più si è oggettivi tanto più si è malinconici”, si può intendere la difficoltà che abbiamo come umani ad essere oggettivi e si può altresì considerare che sarebbe difficile incontrare la malinconia essendo noi umani, esseri soggettivi per natura. Ma come allora riusciamo comunque a sentirci insoddisfatti, tristi in alcuni casi nei confronti della vita? Facile è dire che l’oggettività vinca e porti con sè un fondo di verità ma senza un nesso logico con la vita di tutti i giorni, dove ognuno ha un suo punto di vista e di bellezza, basti pensare al detto “non è bello ciò che è bello, è bello ciò che piace”. A questo punto si introduce allora un concetto di libertà di idee: “le idee e le opinioni non costano niente” come si evince dal testo di Del Giudice, ma a volte le paghiamo care. Anche se parlare non ha un costo, può avere un costo non misurabile quantitativamente ma invece qualitativamente, nel contesto di qualità del rispetto dell’altro. Ma questo senso di libertà di parola e pensiero che spesso caratterizza ci permette di essere liberi dalle cose che facciamo e soprattutto da noi stessi.

“Potevo sapere che era un quadro?” Potevo sapere che era il momento giusto per dire la mia? Potevo sapere che il treno era in ritardo? Quante volte ci facciamo delle domande così grandi di cui ci fa stare male anche solo il pensiero di poter immaginare di chiedercelo, senza considerare che non abbiamo la risposta. Ci serve allora una guida, nel porci le domande, nel vivere quotidiano. Anche nei pensieri ci vorrebbe una guida. Una guida come quella che Del Giudice dona al suo personaggio cieco in “Nel Museo di Reims”. A quel punto però la guida non sarebbe più un approccio soggettivo del guidato ma soggettivo della guida. E imprescindibilmente si inserisce una distanza tra chi guida e chi è guidato. Chi dà il valore delle cose? Chi parla o chi ascolta o entrambi? In modo uguale o diverso?

Il risultato potrebbe essere un convincimento della bellezza, scattando in un rapporto di fiducia tra i due soggetti in questione. “Mi sono dovuto convincere della bellezza di un quadro”: perché ci si deve convincere? È un bello oggettivo o soggettivo?

Quante volte poi ci interroghiamo su cosa ricorderemo di un preciso momento? Lo viviamo e basta. E siamo così intensamente concentrati sull’adesso che non ci importa di tutte le volte in passato in cui non avevamo vissuto quel momento e nemmeno del futuro e del futuro ricordo che ci rimarrà.

Il tempo è connesso con il chiedersi che c’è dietro ad ogni cosa. Da una parte abbiamo un infinito bisogno di tempo per capire o almeno pensare cosa ci sia dietro ad ogni opera di qualsiasi genere: artistica, letteraria, fisica, naturale… dall’altra il tempo è comunque una concezione soggettiva. Quando in “Il mercante del tempo” il calzolaio dice al cliente che lavorerà le sue scarpe “domani” sta dicendo che lo farà domani ma già sapendo che domani non lo farà. 

“Noi trattiamo tempo. Il tempo non è inquinante, non è tossico. Naturalmente ha un costo, ma contenuto se rapportato agli investimenti, per non parlare del nostro lavoro”. 

Ma cosa succederebbe se riuscissimo a comprare il tempo? Potremmo tornare a qualche bivio della vita e fare la scelta opposta, riaprire un amore chiuso o ancora vivere un momento con estrema lentezza. Chissà se ci piacerebbe e chissà se vivremo la vita con lo stesso rischio e la stessa adrenalina di sapere che quel momento, nel bene e nel male non tornerà. 
Ciò che viene spontaneo pensare leggendo il libro Racconti di Daniele Del Giudice è che sarebbe meglio imparare a “toccare con gli occhi”, annusare con le mani, gustare con il naso. E imparare a “guarda[re] un quadro per l’ultima volta come si guarda una casa prima di lasciarla”. E la nostra vita si stravolgerà.

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