I paesi che non investono sui giovani non credono nel proprio futuro

Autore

Alessandro Rosina
Docente universitario e saggista. Studia le trasformazioni demografiche, i mutamenti sociali, la diffusione di comportamenti innovativi. Professore ordinario di Demografia e Statistica sociale nella Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano, è anche Direttore del centro di ricerca LSA (Laboratorio di statistica applicata alle decisioni economico aziendali).

La caratteristica principale delle società moderne avanzate è quella del cambiamento accelerato e della crescente complessità della realtà in cui viviamo, da cui derivano molte più opzioni rispetto alle generazioni precedenti ma anche più incertezza sulle implicazioni delle proprie scelte. In carenza di efficienti sistemi di orientamento e supporto negli snodi del percorso di vita e professionale, aumenta il rischio di perdersi e di portare nella vita adulta delusioni e frustrazioni anziché energie e competenze per realizzarsi e dare un proprio contributo positivo alla collettività.

Questo mette ancor più che in passato al centro il ruolo delle nuove generazioni, che vanno intese come il modo attraverso cui la società sperimenta il nuovo del mondo che cambia. Se messe nelle condizioni adeguate sono la componente della popolazione maggiormente in grado di mettere in relazione positiva le potenzialità del territorio con le opportunità delle trasformazioni in atto. Se, invece, i giovani sono deboli e mal preparati, sono i primi a veder scadere le proprie prerogative e a trovarsi maggiormente esposti con le loro fragilità a vecchi e nuovi rischi.

Il modo più chiaro per una società di dimostrare di non credere nel proprio futuro è semplicemente quello di non investire sulle nuove generazioni. Di dismettere l’immissione in quantità e qualità adeguata di nuovi entranti nella popolazione, nella società, nell’economia. Non investire sulle nuove generazioni porta ad una riduzione delle loro prospettive nel luogo in cui vivono: partecipano di meno al mercato del lavoro, rimangono più a lungo dipendenti dai genitori, si accontentano di svolgere lavori in nero o sottopagati, oppure se ne vanno altrove. Così l’economia non cresce e non si formano nuove famiglie. Questo porta ulteriormente le nascite a diminuire e la popolazione ad invecchiare, con risorse sempre più scarse da redistribuire e conseguente aumento delle diseguaglianze sociali.

Purtroppo l’Italia è uno dei paesi avanzati che più si avvicinano a questo ritratto. In particolare, nel nostro Paese più che altrove, sono entrati in crisi i meccanismi di produzione di nuovo benessere con le nuove generazioni. 

La lunga dipendenza dai genitori è diventata sempre più una risposta a squilibri generazionali, all’aumento delle incertezze occupazionali e all’impatto della crisi economica. Più facilmente accade, rispetto alle generazioni passate e ai coetanei europei, che chi nasce in famiglie con basse risorse culturali ed economiche si trovi con meno possibilità: a parità di talenti, di vederli riconosciuti e raffinati con solida formazione; a parità di formazione, di trovar lavoro e consolidare il proprio percorso professionale; a parità di lavoro, di accedere ad un reddito adeguato e veder valorizzato pienamente il proprio capitale umano. Anziché farsi soggetti attivi nel generare nuovo benessere collettivo, i giovani italiani si sono trovati a dipendere in modo passivo dalla ricchezza privata passata dei propri genitori.

Gli squilibri demografici – intrecciati con quelli di genere, sociali e territoriali – si possono ora gestire e superare solo passando dalla preoccupazione dei rischi legati a vincoli e costi, all’investimento sulla capacità di produrre ricchezza e benessere delle nuove generazioni in tutto il loro corso di vita (tema al centro del mio  libro “Crisi demografica. Politiche per un paese che ha smesso di crescere”, Vita e Pensiero, 2021). E’ in tale direzione che vanno soprattutto utilizzati i fondi di Next Generation Eu. Il rischio, altrimenti, è quello di veder indebolire progressivamente il pilastro produttivo del paese, oltre che per il basso peso demografico delle nuove generazioni (“degiovanimento quantitativo”), anche per un deterioramento della partecipazione effettiva al mercato del lavoro (“degiovanimento qualitativo”). Questo è oggi il nodo che più vincola al ribasso le nostre possibilità di solido sviluppo. Un nodo da sciogliere prima ancora che sul piano del rapporto tra giovani e lavoro, su quello più alto del ruolo delle nuove generazioni nel modello di sviluppo del Paese. Questo significa, anche, che non bastano le risorse da investire, serve ancor prima una visione nuova di cosa significa generare benessere per l’Italia nella fase matura di questo secolo e come farlo mettendo a pieno valore il contributo distintivo delle nuove generazioni.

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