Convivialità

Autore

Giuliano Castigliego
Laureato in medicina, specialista in psichiatria e psicoterapia, svolge attività di psichiatra e psicoterapeuta a indirizzo analitico nel proprio studio a Coira, Svizzera. È membro dell’Accademia psicoanalitica della Svizzera italiana e della Società Balint Svizzera. È formatore, supervisore e conduttore di gruppi Balint. Co-fondatore dell’associazione uma.na.mente http://www.umanamenteonline.it Cura il blog Incontri di confine https://giulianocastigliego.nova100.ilsole24ore.com su Nòva Il Sole 24 ore. Membro del comitato scientifico della Fondazione per la sostenibilità digitale, cura su Techeconomy il blog Sulla via psicologica della sostenibilità digitale https://www.techeconomy2030.it/sulla-via-psicologica-della-sostenibilita-digitale/

Platone, che di convivi qualcosa capiva, è stato tra i primi a sostenere che per la trasmissione di
conoscenze non fossero sufficienti i libri, ma uno scambio costante tra l’allievo e il maestro e che anzi
il motore dello scambio filosofico fosse l’amore, la philía. Nella (verosimilmente) sua settima lettera
scrive infatti riferendosi alla filosofia: “questa non è una scienza che si possa insegnare come le altre:
è qualcosa che nasce all’improvviso nell’anima dopo un lungo rapporto (συνουσία, synousia, lett.
“essere insieme”) e una convivenza assidua con l’argomento, come la scintilla che scaturisce dal fuoco
e poi si nutre di se stessa” (Platone, cit. da Harrison, in Giardini ).

Relazioni interpersonali e strutturazione cerebrale

Le neuroscienze gli danno oggi ragione. Quello che conta infatti non solo ai fini della trasmissione
della conoscenza, dunque dell’apprendimento, ma della stessa strutturazione e funzionalità
cerebrale è l’esperienza vissuta, un’esperienza che è sempre in relazione con l’altro, dunque
intersoggettiva, laddove “l’intersoggettività – precisa Gallese – è prima di tutto intercorporeità”.
Sono dunque le relazioni, nella loro concretezza fisica ed emozionale, a strutturare la nostra mente.
Più esattamente, “l’esperienza…centrata e modulata sulle e dalle relazioni interpersonali…struttura
la morfologia del cervello e ne costruisce la funzionalità….e questa strutturazione a sua volta
condiziona il peculiare modo con cui quel soggetto [quel preciso individuo] farà esperienza”
(Imbasciati, Neuroscienze e teoria psicoanalitica, Springer).

La vita come convivio

D’altro canto la nostra vita è fin dalla nascita un convivio: veniamo al mondo così fragili da aver bisogno
non solo del nutrimento ma anche dell’affettuosa presenza e dell’amoroso contatto materno e questa
prima modalità di relazione, in cui il latte è caldo d’affetti, diviene il nostro stile di attaccamento
(Bowlby), la modalità relazionale che ci accompagna, dalla culla alla bara, nel rapporto con gli altri e
nell’ esplorazione della vita. Nel percorso che, con maggiore o minore sicurezza, (Bowlby, Ainsworth)
sviluppiamo a partire dalla nostra base sicura, sperimentiamo la convivialità come una piacevole pausa
nell’accidentata e stressante routine quotidiana, un cocktail di fiducia ed esplorazione che ci consente
di ritrovare noi stessi e di conoscere gli altri/le altre in un setting in cui i piaceri della tavola hanno
sostituito ma non cancellato il dolce ricordo del latte materno. In questo contesto di vicinanza e oralità,
in cui trovano posto contemporaneamente fiducia ed esplorazione, l’essere insieme (synousia) può
trasformarsi al meglio in sintonia, in un’intesa che non esclude le differenze. Quando infine si avvicina
il congedo dalla vita, siamo grati di condividere qualche parola e magari un ultimo sorso di conforto con chi ci ha accompagnato nel viaggio, oppure lasciamo che ci chi è caro, dopo averci mestamente
recato l’ultimo saluto, torni alla gioia della vita in un convivio in nostro onore.

Psicoanalisi: dalla synousia alla sintonia

Anche la psicoanalisi ha intuito fin dal suo nascere che la vicinanza, in forma di più sedute settimanali,
è necessaria perché la “Talking Cure” possa portare i suoi frutti ma ha posto come limite alla stessa
vicinanza l’astinenza, necessaria perché gli affetti del tranfert e contro transfert non vengano agiti ma
compresi. D’altro canto nello sviluppo della psicoanalisi si è assistito, sia nella teoria che nella pratica,
al passaggio dall’interpretazione dei contenuti a quella della relazione, al punto che Balint, già nel 1970,
nel suo “Six Minutes for the Patient” poteva scrivere:” Adesso non viene più richiesta al medico la
soluzione di avvincenti enigmi e problemi ma un…preciso “modularsi” (tune in) sulla frequenza delle
comunicazioni del paziente”. Almeno a partire da allora, ma in realtà fin da molto prima, l’attenzione
dello psicoanalista e della teoria psicanalitica è stata centrata sulla ricerca dell’adeguata lunghezza
d’onda (Balint), della sintonizzazione affettiva (Stern) tra paziente e terapeuta. Sappiamo d’altro canto
che tale modulazione affettiva ricrea e, se possibile, rimodula, un rapporto affettivo ancora più
importante, quello tra madre e bambino, divenuto oggetto d’indagine dell’infant research, da parte
dei cosiddetti “Baby Watchers” (dalla Bick, a Bowlby, alla Ainsworth, a Winnicott, a Stern alla Beebe)
fino a Fonagy e al suo concetto di mentalizzazione.

Tre situazioni conviviali

Vorrei allora dar qui conto di tre situazioni conviviali a cavallo tra teoria, clinica ed esperienza di vita,
che illustrano concretamente quanto la convivialità divenga esperienza di condivisione, scambio,
apprendimento e sviluppo interiore.

La settimana di studio Balint a Sils in Engadina

Prendo le mosse dalla situazione più istituzionale, ma non per questo meno esperienziale, la settimana di studio Balint a Sils in Engadina (Svizzera) una sorta di corso di formazione e d’aggiornamento, incentrato sui gruppi Balint, rivolto a medici di tutte le discipline, psicologi, terapeuti, infermieri, teologi, studenti di medicina e psicologia, che si svolge nella forma attuale dal 1962, si sviluppa durante un’intera settimana e viene ospitato in un Hotel. Il programma alterna gruppi Balint in plenaria (fino a 70 partecipanti) al mattino e piccoli gruppi (con circa 8-10 partecipanti) nel pomeriggio, integrati da un dialogo aperto sull’esperienza stessa nelle discussioni serali. I pomeriggi liberi nella natura dell’Engadina ma anche le cene conviviali offrono poi spazio per lo scambio interpersonale, ma anche per il relax personale.
L’impronta decisiva alla settimana è stata data, alla fine degli anni 60’, dallo stesso Michael Balint,
(psicoanalista ed ideatore dei gruppi che poi da lui hanno preso nome), che l’ha condotta fino alla sua morte, avvenuta nel 1970. A lui si deve l’idea dei gruppi grandi (in plenaria) che hanno soprattutto carattere formativo, offrendo a tutti la possibilità di partecipare anche se in forma diversa. La leggenda tramandata dai precedenti conduttori della settimana Balint racconta che, accompagnato a Sils da Luban-Plozza, Balint si sia trovato di fronte ad un’imprevista marea di partecipanti (80-100). Senza perdersi d’animo, Balint avrebbe fatto disporre le sedie in due cerchi concentrici, uno interno, riservato a 8 partecipanti volontari, disponibili a raccontare un caso clinico, al conduttore e al co-conduttore, ed uno esterno in cui potevano sedere tutti gli altri. Da allora si procede ancora così: uno dei partecipanti del gruppo interno presenta un caso clinico e dopo averlo fatto si mette in ascolto del gruppo interno che, coadiuvato dal conduttore e dal co-conduttore, si concentra sul rapporto tra il terapeuta e il paziente. Si sviluppa così un dialogo in cui ogni partecipante del gruppo interno può riconoscersi o meno con il paziente e/o il terapeuta ed esprimere in libertà le proprie sensazioni, emozioni, opinioni, che vanno a comporre un mosaico, talvolta eccentrico, talaltra armonioso, in ogni caso arricchente del rapporto tra terapeuta e paziente. A un certo punto, quando il dialogo interno lo richiede, il conduttore apre al gruppo esterno, i cui partecipanti, dopo aver a lungo ascoltato, sentono il bisogno di esprimere
a loro volta le loro impressioni. Infine il gruppo interno accoglie o meno gli impulsi provenienti dal
gruppo esterno, tornando a lavorare sul rapporto tra paziente e terapeuta, che ha la possibilità di
esprimere ciò che le dinamiche di gruppo hanno suscitato in lui.
Il fascino del gruppo Balint e della settimana Balint a Sils consiste, per me, proprio in quella dimensione di esperienza personale, intersoggetiva e collettiva che va al di là del puro apprendimento e della conoscenza. È la dimensione esperienziale del gruppo ad indurre i partecipanti a superare le barriere del controllo razionale, ad aprirsi alle proprie associazioni e all’empatia verso gli altri partecipanti, a condividere (o meno) sensazioni, emozioni, pensieri, creando un prisma di riflessione che illumina di colori diversi il rapporto paziente-terapeuta, aprendolo a sfumature fino a poco prima impensate, senza peraltro pretese di completezza né tanto meno di verità. Ogni caso esposto espone a sua volta ciascuno dei partecipanti alle proprie emozioni e ferite e lo confronta con quelle altrui. I casi, nel corso della giornata si accumulano e con loro si accresce l’esposizione di ciascun partecipante a quelle scintille di cui parlava Platone. Le scintille scaturiscono talvolta gradualmente, talaltra all’improvviso dall’essere con sé stessi con gli altri e si propagano, se tutto va al meglio, di partecipante in partecipante, all’intero gruppo che ne viene modellato e trasformato, trasformando a sua volta i partecipanti. Spesso si sente l’esigenza, quasi fisica, di ritirarsi nelle ore libere e di lasciare che la natura offra tranquillità ed armonia dopo tanta tensione interiore. Talvolta le scintille si propagano alla discussione serale che ne viene eccitata fino allo scontro più acceso, in alcuni casi il dialogo serale è l’occasione per riconoscersi nelle difficoltà altrui, per ammettere i propri limiti, per accettare, con maggiore o minore fatica, incertezze e dati di fatto. Non mancano neppure i casi in cui il dialogo serale è noia. Poi giunge, quanto mai atteso e gradito, il convivio serale in cui le animosità (generalmente) si stemperano nel piacere delle vivande e nell’euforia del vino, nello scambio di esperienze, di battute più o meno scherzose, di amenità più o meno amene. Non sempre si è soddisfatti alla fine della settimana, ma certo non si lascia Sils come ci si è arrivati.

La convivialità dell’emergenza

La seconda situazione mi riporta ai tempi bui della pandemia, che in Svizzera, dove vivo e lavoro da più
di vent’anni, ha avuto un decorso assai diverso che in Italia. Quando, nei primi mesi del 2020, il
COVID19 ha cominciato a dilagare in un’ Italia impreparata e attonita, seminando panico e morte con
particolare virulenza nella regione da cui provengo, la Lombardia, la Svizzera è stata solo lambita dal
contagio, che ha colpito in quel periodo pressoché esclusivamente il Canton Ticino (nella seconda
ondata dell’autunno 2020 tutta la Svizzera verrà invece colpita portando anche negli ospedali elvetici
il tragico dilemma del Triage). In tutti i Cantoni erano state comunque introdotte nei primi mesi del
2020 le stesse misure restrittive (Lockdown) adottate in Italia e negli altri paesi europei. Analogamente
tutti i medici di qualsiasi specialità erano stati invitati a sospendere tutte le consultazioni non urgenti
e a mantenere il contatto con i loro pazienti il più possibile tramite telefono e videocall. Gli stessi
pazienti erano allarmati e la grande maggioranza preferiva rimanere a casa, anche se le persone con
disturbi psichiatrici più gravi continuavano a richiedere e a ottenere da me e dagli altri colleghi/e dello
studio in cui lavoriamo consultazioni personali. Tanto io e come gli altri colleghi/e continuavamo a
recarci in studio secondo gli stessi orari di prima ma tutto era in pochi giorni cambiato. Inoltre ognuno
di noi, pur lavorando nello stesso studio, si trovava in condizioni profondamente diverse. Una collega
austriaca che risiedeva in Svizzera, non aveva problemi a raggiungere il posto di lavoro, faticava però
a capire la mentalità svizzera, assai più restia ad esempio di quella austriaca o italiana all’impiego di
mascherine, peraltro introvabili. Una collega svizzera che risiedeva in Austria temeva di giorno in
giorno che con la chiusura delle frontiere non avrebbe più potuto recarsi sul posto di lavoro, lasciando
nel caos i suoi pazienti. Un’altra collega austriaca era in più confrontata con le discutibili decisioni della
Clinica psichiatrica, che aveva chiuso il reparto di psicoterapia, da lei diretto, per far posto a un reparto
dedicato solo a pazienti Covid che si immaginava l’avrebbero riempito in pochi giorni/settimane ma
che rimaneva intanto vuoto. Io potevo recarmi in studio esattamente come prima ma non più a Brescia
dove risiedeva mia madre allora 96enne, molti parenti, amici e colleghi. Vedevo immagini di
disperazione arrivare dall’Ospedale di Brescia, ove avevo lavorato anni prima, ma mi trovavo
nell’assurda situazione di non poter esser di alcun aiuto a Brescia e di avere per lo più contatti telefonici
o per videocall con la maggioranza dei miei pazienti qui in Svizzera. Certo sono uno psichiatra, non un
anestesista ma cosa c’è di più assurdo per un medico di trovarsi nel mezzo di una catastrofe sanitaria e di non poter essere di aiuto? Mi ero dichiarato disponibile a lavorare nella città dove risiedo in Clinica
o in Ospedale in caso di emergenza, ma paradossalmente l’emergenza qui non arrivava. Quando la
scarsità dei medici a Brescia divenne tale, che l’Ospedale si trovò nella condizione di dover accettare
medici volontari, feci domanda, ma non venni accettato. Certo, mi dissi, a chi può servire in
un’emergenza Covid uno psichiatra, laureatosi in medicina nel lontano 1987? E rimasi qui, dove intanto
i pazienti cominciavano a stare peggio, a risentire del malessere generale, a sentirsi sempre più isolati,
a tornare allo studio. Così noi colleghi/e, presi dalle nostre preoccupazioni, che non potevamo
raccontare a nessuno perché nessuno potevamo vedere, salvo i familiari che ne avevano già di loro e
che volevamo naturalmente proteggere, abbiamo cominciato a raccontarle a noi stessi. Naturalmente
potevamo farlo solo quando i/le pazienti, con le loro i loro deliri e le loro ossessioni, le loro ansie e le
loro angosce, se ne erano andati/e. E negli studi rimanevano solo le nostre, che poi tanto diverse dalle
loro non erano: la paura di prendere il Covid, di trasmetterlo ai nostri familiari, soprattutto ai bambini,
o ai nostri/alle nostre pazienti, la paura di perdere persone a noi care, di non poterle più neanche
vedere, di non essere in grado di fronteggiare le crescenti ansie e le angosce dei pazienti, di non reggere
alla tensione che sentivamo crescere non solo fuori ma dentro di noi mentre le decisioni politiche dei
nostri paesi d’origine sembravano andare, come schegge ben più impazzite dei nostri pazienti, verso il
più totale caos (l’Austria minacciava di inviare l’esercito al valico del Brennero per sigillare la dogana
italo-austriaca, alle frontiere austro-elvetiche i doganieri austriaci portavano le mascherine, quelli
svizzeri a pochi passi la ignoravano, in Italia intanto non c’erano più posti non solo negli Ospedali ma
nemmeno nei cimiteri). Così abbiamo cominciato a rimanere un po’ più a lungo il venerdì sera e a
raccontarci i nostri vissuti della settimana in una sorta di supervisione molto, molto informale, che
sapeva più di amichevole colloquio. Lo confesso, ci riuscivamo meglio bevendo qualche bicchiere,
accompagnato da pane e formaggio. Era naturalmente una convialità tutt’altro che festosa, segnata
invece dalla sofferenza, dalla litania dei numeri di morti e contagiati, dalle notizie sempre più cupe
provenienti dall’Italia, che producevano in me sentimenti di colpa, ma anche di rabbia di fronte alla
scoperta dei primi gravi errori di gestione della pandemia. Eppure quell’incontro di tanti vissuti, che
nascondevamo ai familiari, ai pazienti e in definitiva anche a noi stessi nel corso della settimana, e che
si mescolavano alle nostre diverse mentalità e sensibilità, inducevano in noi anche momenti d’ilarità,
che fatico a confessare ancora adesso ma senza i quali difficilmente saremmo riusciti a proseguire con
la stessa carica e a trasmetterla ai/alle pazienti. Era in definitiva proprio la cruda sincerità con cui
guardavamo alla realtà nostra e dei pazienti a suscitare l’ironia, come unica alternativa alla
disperazione.

La convivialità del ritardo

Vorrei concludere con un ricordo di convivialità, professionale e privato ad un tempo. Vivo e lavoro,
come dicevo, da oltre vent’anni in Svizzera dove la puntualità, cronometrica, è non solo consolidata,
buona abitudine ma anche valore fondante, di correttezza, della società. A maggior ragione come
italiano, indiziato di ritardo, ho sempre tenuto alla puntualità. Devo però confessare di aver perso
qualche colpo ultimamente nell’avvio della prima consultazione. Con un paziente in particolare mi è
accaduto più di una volta di giungere con un paio di minuti, talvolta anche cinque di ritardo,
preannunciandolo peraltro sempre. Per scusarmi del primo ritardo ho chiesto al paziente, se avessi
potuto offrirgli un caffè. Ha accettato volentieri e da quella seduta l’avvio della consultazione, avviene
sempre con un espresso per entrambi. È stata l’occasione di farmi strada attraverso la sua (e mia)
riservatezza, di insinuare crepe in nelle sue rigide aspirazioni a ideali di estrema correttezza, di
avvicinarmi alla sua difficoltà ad accettare i propri limiti. Nel corso degli anni la relazione terapeutica
si è approfondita, la stato del paziente è migliorato, non si è più rinchiuso nell’isolamento quando è
gli succedeva di andare in crisi, accettando invece l’aiuto. In una recente seduta mi sono permesso di
chiedergli quali fossero, a suo dire, i fattori che hanno condotto al miglioramento del nostro rapporto
terapeutico e in definitiva del decorso. Mi ha risposto che un elemento importante è stato il fatto che
io l’abbia spesso chiamato quando non si presentava alle sedute, manifestando in tal modo un intresse
che lo ha fatto riflettere inducendolo poi a un atteggiamento più attivo e socievole. Poi ha fatto una
pausa e mi ha chiesto se poteva dire qualcos’altro. “Naturalmente” ho risposto. “ A dir la verità – ha
aggiunto – credo che siano stati importanti anche i suoi ritardi e i suoi caffè. Se arriva in ritardo lei,
posso permettermi qualche sbaglio anch’io”.

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