Risposta alla domanda: “Quale il senso di parlare a questa umanità distratta, disgregata ed in crisi che non perde occasione di manifestarsi tale ogni giorno?”

Autore

Mariano Croce
Mariano Croce insegna filosofia politica presso Sapienza Università di Roma. Si occupa di critica sociale, postcritica, battaglie LGBTIAQ+ e politiche della trasformazione sociale. Scrive per portali letterari come Minima&Moralia, OperaViva, Limina.

Al di là di ogni pubblica confessione, che pure qui può leggersi in controluce, lo scrivere oggi non è più possibile. La diretta eredità dei tempi andati, di cui comunque non ci facciamo carico, è troppo onerosa se osservata al chiarore del cero sfittito che fa luce sulle nostre pagine, bianche anche quando recano segni. Non c’è più alcuna stella polare a rivelarci più di quanto non ci consentiamo di sapere, quel poco di poco che ci rimbocca le coperte. La nostra cultura, strozzata dal bisogno di semplicità, ci riconduce nel recinto consolatorio delle mille parole che tuttə già da sempre conosciamo, perché il terreno del linguaggio si restringe: da campo espansivo di una rivoluzione delle parole e delle cose a cittadella sotto l’assedio della siccità linguistica e morale. 

Ed è pur vero che, diceva Giorgio Manganelli, un discorso attorno alla cultura non può mai farsi, neppure quella d’oggi. La cultura non esiste come entità che tiene assieme destini sempre e solo individuali. Ma vero è pure che oggi di cultura pare possa parlarsi, sebbene in senso inverso, quando al pubblico – di cui chi qui scrive si vanta d’esser parte – si gettano frattaglie digeribili solo per chi disprezza le propria interiora. Il pubblico della vita nostra culturale è allora oggi uno e riconoscibile: l’ampia messe di chi oggi la parola scritta carezza e rassicura, quando ogni testo si fa intimidita glossa della biografia di chi racconta, e rifiuta per decisione propria o direttiva editoriale tanto il titanismo incommerciabile dell’approfondimento psicologico quanto l’innesco ipotattico delle proposizioni arborescenti. 

La scrittura ha da avvicinare il gusto del lettore e la lettrice, intesə, chissà perché, come privə di strumenti per la codifica di un messaggio che ha già sempre da esser decifrato. Ogni parola, oggi, oltreché corretta, ha da essere eufemistica ed onesta. Ci siamo costruitə un moralismo di cui chiunque scriva conosce la natura artificiosa, falsa sino a dentro le estroflessioni immarciscite dei nostri cavi intestinali. La politica dell’inchino ideologico, superata in disonestà solo dal frastuono ipocrita del richiamo alla libertà d’opinione e di parola, ha rigonfiato assai più che nel secolo scorso la nostra capacità cronica di astenerci dal vero. Con aurea mediocrità ci consegniamo a un progresso che sa di catacomba, cui manca però il coraggio paleocristiano della testimonianza a costo della vita. Qui si testimonia ogni giorno di un naufragio culturale – ma non ci sono Stefan Zweig o Robert Musil a celebrare le esequie di un mondo che si vergogna persino di scrivere la propria storia. 

Essì che tutto questo scoraggia, ma al momento non si intravvedono soluzioni. L’unica terapia, scriveva Cristina Campo, è l’isolamento e la selezione rigorosissima di letture ed amicizie. «Si dovrebbe anche acquistare una efficace immunità, una delimitazione a modo di mandala, della personalità, che ci permetta una specie di continuo isolamento nonostante il rinnovato rapporto col mondo». Davanti alla rottura di ogni argine, dinanzi al trionfo di una lingua messa in strame, si brucino «sandalo e cinnamomo, come Defoe durante la peste, per tener lontano da me tutto ciò che si fa e si dice nelle lettere italiane […] Pacchi di libri arrivano […] – ed è come se arrivassero pacchi di cibi guasti, pezzi di carogna».

Se scrivere, diceva Ortese, è tornare a casa, la nostra casa oggi è infestata da fantasmi che ne imputridiscono le mura. E tra queste mura siamo chiusə per leggere a comando testi che umiliano la nostra intelligenza e che, sembrerebbe, vengono scritti perché noi se ne ha un gran bisogno. Oggi scrivere è impossibile. E sarebbe allora da desiderare d’essere diseredatə, di rimanere fuori casa, poverə, con una vita povera: si sarebbe comunque rinunciato a nulla. 

Certo Ortese aveva diagnosticato «questo gran giocare a inchinarsi delle società moderne intorno a uomini da nulla, o opere da nulla, cose del nulla (che spesso, come il cavallo del mito, trasportano crimine, e là dentro si sente cantare e ridere in vista della città dell’uomo che sta per essere saccheggiata)». Eppure forse lo scrivere, allora, aveva ancora una dimora abitabile. 

Mestissime marionette coperte da maschere ideologiche ci chiudono nell’angolo dei «libri da evitare ove possibile», costrettə come siamo a levare le lodi per uomini e donne che dicono di parlare una lingua per tuttə e che invero ci defraudano via via sottraendoci parole e dunque pensiero, mentre «martiri silenziosi restano intatti sugli scaffali». Tra la polvere di quelle superfici, assieme ai minuscoli esseri filiformi con coda e antenne che le abitano, converrà rincantucciarsi, al riparo dal perbenismo civile e dalla colla morale che inchioda i nostri piedi alle carceri di questa autocrazia culturale dal carattere spietato e infantile. 

Il senso di «parlare a questa umanità distratta», o meglio tratta a forza in un’ignoranza studiata dal mercato culturale, è lo stesso di chi da solo, senza testimoni, cammina su un filo teso e fine sopra un abisso, là dove un piede davvero significa la fine. Io non ne avrei il coraggio, né vedrei perché farlo, se non per darmi un tocco d’eroismo proprio là dove nessuno, comunque, potrebbe farmi da testimone.  

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