Il paradosso della scarsità e la necessità di una nuova stagione cooperativa

Autore

Paolo Venturi
Paolo Venturi è Direttore AICCON, Università di Bologna

È ormai ampiamente noto che il benessere (well-being) delle persone è associato non solo ai bisogni materiali, ma anche – e soprattutto – ai bisogni relazionali, ovvero alla loro capacità di entrare in relazione in modo genuino con gli altri (Zamagni, 2006). Tuttavia, mentre le nostre economie avanzate sono diventate straordinariamente efficienti nel soddisfare una vasta gamma di bisogni materiali, lo stesso non si può dire per quanto riguarda i bisogni relazionali.

La società attuale ci restituisce un nuovo concetto di scarsità: nell’abbondanza di beni e di contatti, ciò che manca sono le relazioni, intese come quello scambio che attiva le persone in un percorso di “senso” e di “significato”. Il vero paradosso è che questo nuovo concetto di scarsità aumenta il valore delle relazioni, facendole diventare un elemento di produzione del valore. I bisogni relazionali non possono essere adeguatamente soddisfatti mediante beni privati, quale che ne sia il volume e la qualità, ma richiedono l’attivazione di altri beni relazionali, beni cioè la cui utilità per il soggetto che li consuma dipende, oltre che dalle loro caratteristiche intrinseche e oggettive, dalle modalità di fruizione con altri soggetti. Relazionale è quindi il “bene” che può essere prodotto e fruito soltanto insieme (Sennett, 2012).

Come ha riconosciuto lo stesso Arrow (1999): «Gran parte della ricompensa derivante dalle relazioni interpersonali è intrinseca; la ricompensa, cioè, è la relazione stessa». Amicizia, fiducia, felicità sono altrettanti esempi di beni relazionali. I beni privati e i beni pubblici, pur opposti tra loro rispetto agli elementi della rivalità e dell’escludibilità dal consumo, condividono un comune tratto: quello di non presupporre necessariamente la condivisione, né la conoscenza dell’identità dell’altro. Due o più soggetti possono consumare un bene pubblico in perfetto isolamento tra loro, mentre ciò non è pensabile per i beni relazionali.

Questa premessa è funzionale a dare un’interpretazione sul valore della cooperazione: un principio che per molti è una nicchia o una esternalità riemersa dopo le emergenze che stiamo attraversando, mentre per altri è la riemersione di un paradigma che ha l’ambizione di guidarci in questa fase di transizione (Dovev Lavie, The Cooperative Economy: A Solution to Societal Grand Challenges, 2023). Quotidianamente, infatti, leggiamo e sentiamo parlare di Co-housing, Co-production, Co-progettazione, Co-investimento, Co-design e così via. Queste rappresentano tutte declinazioni di un paradigma del vivere che assume la condivisione e la collaborazione come fondamento.

Il limite di molte riflessioni è che questo spirito di collaborazione viene unicamente spiegato e valorizzato come azione residuale o riparatoria rispetto alle crescenti disuguaglianze e ai fallimenti di Stato e mercato. Quello che non si è ancora detto è che quel “co” che ritroviamo davanti a tante parole usate per raccontare l’innovazione non è un “orpello estetico”, ma la riproposizione del principio del cooperare come paradigma economico e come modalità adeguata per ridisegnare le relazioni nella società. Le innumerevoli esperienze che emergono dalla società e dalla relazione fra diverse istituzioni (alleanze di scopo) sono il segno di una nuova mutualità (Neo-mutualismo 2022, Venturi-Zandonai) che si sta costruendo fuori dai perimetri tradizionali delle imprese dell’economia sociale, una sorta di comunità che, attraverso le nuove tecnologie, la co-produzione di energia, la rigenerazione di paesi e spazi abbandonati, sta alimentando nuove forme di socializzazione dei bisogni e sperimentando nuove soluzioni collettive (come fece la cooperazione ai suoi albori).

Tale prospettiva rappresenta una visione terza, capace di rilanciare la radicalità di un modello troppo spesso derubricato come minoritario o accessorio. Le repentine evoluzioni tattiche del capitalismo e il necessario riposizionamento del peso dello Stato negli shock che stiamo vivendo rischiano di confinare la “logica mutualistica” in un angolo. Una residualità che occorre rifiutare, prendendosi il rischio di innovare il presente per costruire il futuro. L’orizzonte e l’originalità del neo-mutualismo sta infatti nel legare reciprocità, partecipazione e condivisione del valore aggiunto, una prospettiva moderna da sperimentare non solo per ‘riparare’ ai fallimenti del mercato e delle politiche pubbliche, ma per “generare impatto sociale” nelle principali trasformazioni socio-tecnologiche. Il cooperare diventa pertanto la grande opportunità affinché la politica e l’economia si rifondino intorno a un nuovo ‘terzo pilastro’ comunitario. Segni di questa nuova orchestrazione che lega senso ed economia si possono osservare nei profondi rivolgimenti all’interno dell’economia sociale istituzionale. Il primo riguarda il rinascimento delle cooperative di utenza o meglio una più diffusa presenza di imprenditori cooperativi che interpretano in senso proattivo il loro ruolo di beneficiari diventando all’occorrenza anche produttori e finanziatori dei beni e servizi che consumano, in particolare all’interno di cooperative di comunità o alle comunità energetiche. Il secondo è l’accelerazione dei modelli non cooperativi di impresa sociale, in particolare di quelli che adottano forme di società di capitali riconvertite a scopi sociali. Si tratta di un passaggio importante perché queste forme imprenditoriali, spesso costruite per sostenere investimenti ad alta intensità di capitali (e di rischio), non sono meri “veicoli strumentali” che rischiano di dissipare il “valore aggiunto” del mutualismo, ma nuove espressioni di questo principio che contribuiscono così ad arricchirne il valore e l’impatto. 

Cooperare per competere. Sembra una contraddizione, ma non lo è.Il significato di competizione – dal latino cum-petere – non rimanda ad una specie di selezione naturale che premia il più forte a discapito degli altri, quanto piuttosto alla capacità di convergere verso un obiettivo comune pur muovendo da punti di partenza differenti. Se questo è l’obiettivo che anima, trasversalmente, le istituzioni socio-economiche, il principio di coordinamento che si mostra più efficace in un “cambiamento d’epoca” (Papa Francesco), è certamente quello della cooperazione.

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