…neghiamo l’altro, il nostro simile. Tra tutte le manifestazioni della nostra capacità di negazione, quella della negazione del proprio simile è la più impegnativa delle questioni da comprendere. Come e perché mettiamo in atto meccanismi di diniego consapevoli o inconsapevoli, come cioè procediamo alla disumanizzazione dell’altro come prerequisito del suo annientamento, è un tema che sollecita uno dei più problematici fenomeni e una delle più complesse esperienze di un animale relazionale come l’animale umano. Fin dalle narrazioni originarie il problema attraversa tutta la storia umana: «Allora l’Onnipotente disse a Caino: «Dov’è Abele, tuo fratello?». Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?» [Genesi, 4,9].
Non lo so, non ti vedo, non me ne ero accorto, non mi riguarda, non sono io, non posso farci nulla, è inevitabile, non si può fare diversamente, non vedo la differenza, è disumano, non è accettabile, sono espressioni che insieme a molte altre segnalano l’inizio dell’esclusione che, insieme all’indifferenza, alla stigmatizzazione, porta alla negazione e alla disumanizzazione. Eppure si ha l’evidenza che la disumanizzazione non basti, in quanto ad essa conseguono le pratiche distruttive non senza l’accanimento accompagnato non solo dal cinismo ma da un documentabile senso del piacere della distruttività.
Vi è la domanda riguardante il motivo per cui il gatto, una volta chiuso in un angolo il topo che non ha più via di scampo, non lo uccide subito, ma si impegna in un prolungato divertimento eccitato dalla paura della propria vittima.
Che cosa rende, nel caso degli umani, la questione ancora più impegnativa da comprendere? Le evidenze sempre più verificate della nostra relazionalità naturale e della nostra altrettanto naturale capacità di sentire quello che l’altro sente, essendo noi esseri naturalmente empatici, pongono la domanda relativa alle ragioni che portano ad indirizzare la relazione e l’empatia contro l’altro, utilizzando quello che sentiamo dell’altro e la relazione con l’altro per offenderlo, disumanizzarlo e distruggerlo.
Le situazioni, i contesti e le contingenze che attivano la negazione dell’altro possono essere analizzate prendendo in considerazione due orientamenti transdisciplinari che forniscono alcune chiavi di lettura. Da un lato Stephen Jay Gould, con la sua indicazione di mettere a punto una scienza della contingenza storica per comprendere i processi della vita umana; dall’altro Gerald M. Edelman, con la sua indicazione di elaborare per via transdisciplinare, appunto, una scienza del riconoscimento, possono venirci in aiuto.
La complessità del vivente e quella della vita umana in particolare, in base ad un approccio naturalista ed evoluzionista, trova nella contingenza una via di comprensione di particolare importanza. «La contingenza è una cosa a sé, non una attenuazione del determinismo per opera del caso» [S. J. Gould, Wonderful Life. The Burgess Shale and the Nature of History, Norton & Company, New York and London 1989; p. 48].
G. M. Edelman, premio Nobel per la medicina, esplorando la relazione tra cervello, mente e coscienza, sviluppa una teoria del “darwinismo neurale” e del “riconoscimento”, e sostiene che la coscienza emerge da processi neurali complessi, risultato di un’evoluzione biologica e di interazioni dinamiche tra diverse aree cerebrali [G. M. Edelman, Sulla materia della mente, Adelphi, Milano 1993]. La sua teoria sottolinea l’importanza della plasticità neurale e dell’esperienza nello sviluppo della mente, le cui condizioni e le cui possibilità stanno nel riconoscimento. Per molti aspetti è possibile ritenere la negazione e la disumanizzazione come il contrario del riconoscimento. La presenza dell’altro, il suo volto, le sue aspettative che rispecchiano la nostra presenza, il nostro volto, le nostre aspettative, in un gioco relazionale di reciprocità, si convertono nel contrario e suscitano avversione, respingimento, misconoscimento, negazione. Accade a livello interpersonale fra due persone, ma ad agire in modo da rinforzare le posizioni individuali sembra essere il gruppo. La propensione prevalentemente paranoide del gruppo rinforza e alimenta le posizioni individuali fino a trasformare in un progetto collettivo la negazione, la disumanizzazione e la distruzione. Il comportamento massivo e la sua capacità di sospendere la riflessione e il dubbio fanno il resto. Non bisogna trascurare in questi processi, la cui natura è molto poco nota, il ruolo che svolgono le istituzioni nel momento in cui sono messe al servizio della negazione, della disumanizzazione e della distruzione, dalle leggi, alle forze organizzate, agli eserciti. Quello che è evidente è che la negazione diventa un vertice riconosciuto e validato dalle comunità come missione condivisa, fino a quando un evento o un fenomeno catastrofico non interrompe la condivisione svelandone i meccanismi e attivando sensi di colpa, risentimenti, vendette, trasformazione delle vittime in carnefici, processi penali, condanne e percorsi di cosiddetta pacificazione.
Si possono creare e si creano contingenze in cui il riconoscimento si esprime e manifesta in forma di negazione: proprio perché si riconosce l’altro come non ammissibile ad una forma di convivenza, la relazione nei suoi confronti diventa di negazione, di disumanizzazione e di distruzione.
Scrive Elena Granata su “Città Nuova”, Luglio 2025, in un articolo dal titolo Oltre i limiti del male:
«I bambini sono il bersaglio. Non sono più gli effetti collaterali dell’intervento armato, sono da sterminare in modo sistematico e meticoloso, procurandone la morte o la lenta sofferenza, affamandoli, terrorizzandoli, stremandoli, riducendo i loro piccoli corpi a campo di battaglia, da cui escono mutilati, storpiati, consumati, invecchiati. Quello che sta accadendo a Gaza, la resistente, toglie il fiato, sgomenta e atterrisce.
Le dichiarazioni degli uomini di guerra non lasciano dubbi, non sentono più neppure il bisogno ipocrita di mascherare la verità: bambini e neonati saranno eliminati tutti, fino a che non ci sarà più il dubbio che possa crescere una generazione nuova. Sono i bambini palestinesi che da settimane vivono una delle pagine più terribili della nostra storia. E il pensiero non può non andare a quella strage degli innocenti voluta da Erode, dove vennero uccisi tutti i bambini maschi sotto i due anni, per evitare di tenere in vita il Messia, colui che finalmente poteva mettere in discussione il potere politico di Roma.
Come bersagli sono le donne, gli anziani, gli ammalati, i giovani, i ragazzi, i malati degli ospedali, i medici, i soccorritori. In una sovversione diabolica tra bene e male è chi fa il bene il primo ad essere sacrificato dalla legge della violenza. Sono le voci libere, i giornalisti coraggiosi, i testimoni pacifici a pagare il prezzo più alto.
Il male scatenato contro il popolo palestinese è un male programmato, desiderato, calcolato, progettato; è sofisticato nel suo essere terribilmente malvagio. Viola tutte le norme internazionali e persino l’osceno codice di guerra che qualche codice di rispetto pure lo conservava. Sono stati colpiti e distrutti gli ospedali, sterminati i medici e il personale di soccorso, colpite le scuole e gli asili, gli spazi di gioco dei bambini.
Non c’è via di scampo, né di fuga, come nelle città di cui leggevamo nella storia e nell’epica, nella forma dell’assedio. Strana città Gaza, isolata da tutto e da tutti, persino dal suo mare e dalla sua terra, città che è cresciuta su sé stessa non potendo espandersi, così come è accaduto a tutti i ghetti della storia: città dei bambini, dove quasi il 70% dei residenti ha meno di 30 anni e il 47% meno di 18.
Sono loro il bersaglio. La loro giovane vita, la loro energia, i loro sorrisi, la colpa di appartenere ad uno dei popoli più giovani e deboli del pianeta. Li si uccide con le bombe, con i droni intelligenti, da testare per altre guerre cosiddette intelligenti, capaci di scovare i bambini tra le rovine; li si uccide con la fame, con le infezioni che dilagano tra le povere case. Li uccide la fame, la sete, il caldo. Li uccide un esercito di giovani drogati da odio e risentimento, dall’eccitazione del male e del dolore. Come in un’età primordiale dell’umanità, senza umanità, senza compassione, senza limite alcuno. Noi guardiamo da lontano – impotenti e arresi – e tutto questo dice molto anche di noi».
…neghiamo il pluralismo di genere, addirittura operando per ignoranza una scelta pars pro toto, che di fronte alla parola “gender” inalbera strali e denunce di promozione e educazione alla perversione e all’omosessualità. Anziché fare un esame di realtà e riconoscere che nasciamo con un sesso che però è già influenzato fin da prima della nascita da orientamenti culturali che educano a un genere; e anziché riconoscere che ognuno di noi, in termini di codici affettivi e di regolazione affettiva, è portatore di una pluralità di codici con diversi livelli di prevalenza, ancora una volta neghiamo la realtà per rassicurarci. Il fatto è che chi ha il potere per farlo nega la realtà anche per gli altri, fino a fare di quella negazione una persecuzione, giungendo a imporre l’esclusione sociale, la stigmatizzazione, la prigione e la condanna a morte.
…neghiamo la crisi climatica, il riscaldamento globale e l’insostenibilità ecologica del nostro modello di sviluppo, nonostante le evidenze. “D’estate ha sempre fatto caldo”, diciamo. Governanti caratterizzati da un livello di ignoranza e arroganza smisurato rassicurano falsamente interi popoli sulla continuità dell’attuale modo di vivere, promettendo, in nome di una drammatica scelta di disuguaglianza globale, di potersi appropriare delle risorse disponibili con la forza e la prevaricazione. In nome della rassicurazione, seppur falsa, quei popoli sostengono quei governanti e insieme vanno a sbattere travolgendo tutti noi, che a nostra volta mostriamo di preferire una negazione falsamente rassicurante all’esame di realtà e alla conseguente assunzione di responsabilità.
…neghiamo il pluralismo delle culture umane sul pianeta che ci ospita in nome delle razze e del razzismo, pur avendo le evidenze scientifiche dell’appartenenza ad un’unica specie, quella umana e della totale infondatezza genetica dell’idea di una superiorità di razza. In nome della rassicurazione che ci deriva dalla chiusura verso le differenze e dalla loro negazione, stiamo attivando barbarie diffuse con costi umani terribili e una regressione rispetto ai principi di uguaglianza e giustizia, di fraternità e di libertà che pure siamo stati capaci di concepire e di tentare di mettere in pratica.
…neghiamo la nuova semiosfera digitale che costituisce il nostro attuale mondo, cioè il contesto della nostra individuazione psichica e collettiva. Trattiamo le tecnologie digitali e la cosiddetta intelligenza artificiale come se fossero separate da noi, finendo per subirne gli effetti negativi, ma senza renderci conto che siamo animali tecnologici e che le tecnologie digitali possono fornirci possibilità straordinarie per la nostra emancipazione e per la nostra libera espressione. Ancora una volta è la negazione nella sua versione problematica e perniciosa a renderci schiavi di noi stessi.
Siamo nella negazione (denial, Sigmund Freud, 1895) quando mettiamo in atto un meccanismo di difesa con cui rifiutiamo di accettare una realtà dolorosa o che sentiamo minacciosa, spesso negando l’esistenza di un fatto, un desiderio, o un sentimento. Questo meccanismo svolge una funzione di protezione da conflitti interni e ansia, mantenendo una certa stabilità psichica, anche se a costo di una percezione distorta della realtà.
La negazione, quindi, è un meccanismo di difesa descritto per la prima volta nel 1895 da Sigmund Freud, appunto, nei suoi studi sull’isteria. Freud utilizza il termine per indicare quel procedimento con cui il soggetto, pur manifestando uno dei suoi desideri, pensieri o sentimenti precedentemente rimossi, continua a difendersi da essi negando che gli appartengano.
La negazione comporta una compromissione dell’esame della realtà, talvolta portando alla completa e deliberata ignoranza cosciente di fatti conflittuali o intollerabili, senza alcuna considerazione e consapevolezza dei dati di realtà. La forza della negazione sta nell’offrire temporaneo sollievo in forma di falsa soluzione, pur non costituendo una soluzione efficace a lungo termine. Il breve termine è però decisivo per ottenere il consenso e l’adesione spesso massiva. Freud, tornando sul tema nel suo scritto Sulla Negazione (1925), sostiene che «la negazione è un mezzo per diventar consapevoli del rimosso […]. Ne deriva una specie di ammissione intellettuale del rimosso mentre permane l’essenziale della rimozione. […]. Per mezzo del simbolo della negazione, il pensiero si libera delle limitazioni della rimozione».
La negazione si propone perciò come un meccanismo di difesa psicologica che implica il rifiuto consapevole di accettare la realtà di una situazione o di un fatto. Può manifestarsi come un rifiuto di riconoscere la presenza di un problema o una minaccia per la propria psiche. La minimizzazione o la pretesa di normalizzazione sono manifestazioni che accompagnano la negazione. Di una certa importanza è distinguere la negazione dal diniego. Il diniego può più propriamente riferirsi a un rifiuto più profondo e inconscio di riconoscere un aspetto della realtà, una presenza o una condizione. Nel caso del diniego si può essere di fronte alla mancanza di consapevolezza della negazione stessa: si nega senza riconoscere di negare, normalizzando ancor più la negazione.

