La narrazione delle donne in paesi islamici è spesso il risultato di un attento processo di “pick and choose” – scegliere e selezionare – delicatamente cucito sulle esigenze del dibattito politico in corso nei paesi occidentali. Le esperienze di donne musulmane nate o cresciute nel paese ospitante risultano spesso discusse, se non apertamente contestate, da un pubblico scettico e poco incline ad accettare che il peso di un bagaglio culturale e religioso islamico, spesso incomprensibile nella forma, possa conciliarsi con l’ideologia “liberale e democratica” del mondo occidentale.
Eppure, la preside della mia scuola media – una persona tutt’altro che distante dagli snodabili nodi culturali di cui si discute – mi disse un giorno, davanti ad un caffè in centro a Torino: «Le donne marocchine salveranno il mondo».
Le dinamiche interne alla macro-macchina culturale e narrativa mainstream occidentale, che spesso perpetua una violenza epistemica oscurando l’autonomia soggettiva, sorprendono per la loro efficacia. La percepita incompatibilità valoriale tra dimensioni religiose, culturali e tradizionali, soprattutto in relazione al genere, favorisce una miopia conciliativa.
È nell’oscurità del preconcetto però che emergono crepe e incastri silenti che si fanno strada nel tessuto sociale. Questo spiraglio di luce, tuttavia, non è esente da fraintendimenti.
Innanzitutto, è fondamentale abbandonare la convinzione che possa operare una rigida distinzione percentualizza tra i “casi eccezionali” e i “casi persi”, quelli considerabili non recuperabili. Questo per almeno due motivi: primo, lo schema valutativo è fondamentalmente non condiviso. Il relativismo culturale ci invita a considerare che ciò che per un contesto specifico è una violazione – anche qui, chi determina cosa è o non è una violazione? – per un altro può essere la garanzia, se non di un diritto, di un sistema di ordine. Tale garanzia si rapporta all’ordine sociale specifico all’interno del quale ogni soggettività è inserita.
Ciò dovrebbe aprire a una riflessione più profonda sul binario individuo/collettività, dualità che rappresenta la base fondamentale di percezioni, analisi e teorie talvolta riconosciute come universali. In secondo luogo, è necessario evitare di omogeneizzare le forme di (re)azione, pretendendo risposte uniformi a condizioni differenti. Scelta e modalità sono dunque elementi centrali.
Una delle trappole più ricorrenti nel dibattito sulla condizione delle donne in Marocco è la convinzione che vi sia una contrapposizione netta tra tradizione e modernità, tra arretratezza e progresso. In realtà, come dimostrano diversi studi storici e antropologici, le donne marocchine operano all’interno di un campo fluido, in cui negoziano tra valori ereditati e nuove aspirazioni. Il concetto stesso di “modernità” necessita di una rilettura critica: non come imitazione delle pratiche occidentali, ma come percorso endogeno di un’evoluzione sociale, culturale e spirituale.
È in questo mosaico complesso che si inscrive anche la realtà della donna marocchina, sia in patria che in diaspora, come in Italia. Il Marocco, come altri paesi esplicitamente legati alla tradizione Islamica, si trova costantemente sotto osservazione da parte di sociologi, antropologi e rappresentanti politici occidentali.
Per uno sguardo più neutrale, è imprescindibile riflettere sulla Legacy coloniale del paese. Dal 1912 al 1956 il Marocco, diviso tra protettorato spagnolo a nord, e francese a sud, vive un forte riassestamento sociale e tradizionale volto ad una logica funzionale al controllo politico. In questa occasione infatti la presenza coloniale ha rafforzato codici familiari patriarcali sotto l’insegna di una “protezione della cultura indigena”. In realtà, si trattava di una duplice strategia: da un lato le autorità coloniali si assicuravano che le donne non avessero occasione di fomentare correnti ribelli ed indipendentiste; dall’altro questa situazione poneva le condizioni ideali affinché si potesse iniziare a far veicolare la natura arcaica dell’Islam contrapposta a quella “civilizzatrice” della missione Europea.
È proprio in questa delicata fase storica che si cristallizza una frattura socio-culturale tutt’ora viva: il ruolo della donna nella creazione dello Stato e della società marocchina. La religione, in tale contesto, ha un ruolo centrale ma non univoco. L’Islam in sé non è né statico né monolitico: è un insieme di testi, pratiche e interpretazioni, e proprio in questo risiede la possibilità di una sua ri-significazione. In particolar modo, il processo verso la “ri-creazione” del ruolo della donna all’interno della società marocchina, ha sempre centralizzato la sua funzione all’interno di uno schema morale e spirituale specifico, piuttosto che speculativo.
In The Liberation of Women di Qasim Amin, giurista egiziano dell’800, sostenitore del riformismo islamico e dell’emancipazione femminile, afferma: «Difendo l’uso del velo e lo considero uno dei pilastri permanenti della moralità. Raccomanderei, tuttavia, di attenersi al suo utilizzo secondo la Legge Islamica, che differisce dalla nostra attuale tradizione popolare». Questo solo per sfiorare una delle tematiche più salienti nel dibattito pubblico occidentale rispetto alle donne in paesi come il Marocco.
La struttura sociale marocchina vive di un bilancio interpretativo sulla questione di genere che attraversa filoni differenti: quello tradizionalista che si ispira a una lettura letterale dei testi sacri. A seguito delle prime correnti rivoluzionarie si crea lo spazio per la nascita di una corrente neo-tradizionalista che propone una complementarietà di ruoli tra uomo e donna. In questo schema i testi sacri regolano prevalentemente lo status legale personale e familiare. Infine, il filone che si sviluppa sulle prime orme del movimenti femministi a cui si ispira il nome: femminismo-riformista. Proposta principale di questo movimento è una rilettura e una re-intepretazione dei testi sacri, considerati una guida etica di principi volti a ispirare leggi giuste.
La Moudawana, ovvero il Codice di Statuto Personale marocchino, rappresenta il terreno in cui questi approcci si confrontano in maniera evidente. La riforma del 2004, voluta da Sua Maestà il Re Mohammed VI, ha introdotto cambiamenti significativi: maggiore parità tra coniugi, diritto di divorzio per le donne, innalzamento dell’età minima per il matrimonio, restrizioni alla poligamia. Tuttavia, sebbene queste riforme pongano prospettive avanzate sul fronte normativo, non eliminano la presenza di ostacoli nella loro applicazione. Al di là delle leggi e delle ideologie, la condizione della donna si gioca sul campo del quotidiano: nelle scuole, nei tribunali, nei mercati, nelle case. E se è vero che permangono forme di discriminazione strutturale, è altrettanto vero che le donne marocchine stanno trasformando il Paese – spesso senza clamore, ma con determinazione.
È importante sottolineare, tuttavia, che la lotta silente per il riconoscimento e l’emancipazione non è combattuta solo all’interno di un sistema valoriale del paese di origine, ma anche nei confronti di un sistema strutturale discriminatorio del paese verso cui molte donne marocchine emigrano. Tra questi l’Italia. L’esperienza di una donna marocchina in un paese Occidentale è estremamente complessa e profondamente stratificata.
Rispetto al loro ruolo all’interno della comunità marocchina in Marocco, e al di fuori, è innegabile l’esistenza di una centralità essenziale. Come ci insegna l’autorevole sociologa Chiara Saraceno, la donna, in quanto tale, è custode della tradizione. Lei è la responsabile della sua vita e della sua sopravvivenza. E l’educazione, in questo, è fondamentale. Tuttavia va riconosciuta, nell’esperienza delle donne marocchine, che è anche la mia personale, un’innata capacità di contestualizzazione e auto-bilanciamento. Complice una matrice autonoma, indipendentista, oltre che matriarcale, di molte donne marocchine, l’ambiente all’interno del quale molte giovani italiane di origini marocchine crescono è contraddistinto da una radicata responsabilità rispetto alla cultura d’origine, ma anche di rispetto verso di sé, i propri ideali e i propri sogni nel nuovo contesto di vita.
Parlare dunque della condizione della donna marocchina, naturalmente richiede una distinzione rispetto alla realtà geografica e culturale in cui questa si svolge. Richiede altresì un’analisi critica rispetto all’ordine sociale in cui la sua attività si svolge e all’equilibrio raggiunto al fianco delle modalità adoperate. Rimane tuttavia una costante sia la resilienza sia la determinazione, parallelamente ad una grande rivoluzione sociale ed intellettuale che ha reso possibile il raggiungimento di obiettivi di varia natura in Marocco, e all’estero.

