Quando ho iniziato a pensare a questo pezzo, la prima cosa che mi sono chiesto è stata: «Ma c’era davvero bisogno di inventare una nuova parola?». Onestamente, la mia prima reazione è stata di rifiuto. Da ignorante, nel senso letterale del termine, mi sono detto che no; non serviva. In fondo, quando si parla della morte di una persona, cosa cambia il nome? È comunque la fine di una vita. Punto. Perché complicare le cose, perché distinguere?
Mi è venuta in mente quella famosa frase di Shakespeare: «Una rosa avrebbe lo stesso profumo anche se la chiamassimo con un altro nome». Se è così, allora perché “femminicidio”? Non bastava dire “omicidio” e lasciare che la giustizia facesse il suo corso?
Per cercare di capirci qualcosa di più, ho fatto quello che facciamo tutti: ho aperto internet. Ho letto articoli, pareri, analisi, e lentamente ho iniziato a vedere le cose sotto una luce diversa.
La risposta alla mia domanda, in sintesi, è stata questa: no, non bastava parlare solo di omicidio. Perché il punto non è solo legale, ma culturale, sociale; profondo. Parlare di femminicidio non vuol dire solo dare un altro nome a una tragedia, ma riconoscere una specificità. Questi non sono omicidi qualsiasi, spesso sono l’ultimo atto di un ciclo di violenza, controllo, abuso che può andare avanti per anni. Parlarne con un nome proprio, significa accendere i riflettori su un fenomeno sistemico, e cercare di prevenire, non solo punire.
Devo ammettere che questo mi ha fatto riconsiderare la mia posizione. Ho capito che le parole, a volte, servono proprio a questo: a rendere visibile qualcosa che altrimenti rischia di restare invisibile, sommerso, normalizzato.
Ma allo stesso tempo, il dubbio iniziale non è del tutto sparito. Perché se è vero che le parole aiutano a nominare e quindi a comprendere la realtà, è anche vero che ogni nuova parola porta con sé un carico di implicazioni, significati, ma anche divisioni. Mi spiego meglio: viviamo in un mondo sempre più complesso, frammentato, dove le identità – siano esse di genere, culturali o sociali – si sono moltiplicate. E per cercare di rappresentare questa complessità, abbiamo cominciato a moltiplicare anche le parole.
Ma questo processo, che nasce con l’intento di includere, non sempre riesce a tenere tutti dentro. A volte, chi non conosce questi nuovi termini, o non ne comprende fino in fondo il senso, si sente escluso. Altre volte si crea una polarizzazione, come se esistesse solo un modo giusto di vedere le cose, e tutto il resto fosse automaticamente sbagliato o, peggio, colpevole. E in mezzo a queste tensioni, rischiamo di perdere proprio quello che dovremmo cercare di salvare: il dialogo.
Mi capita spesso di vedere discussioni che si accendono sui social o anche nella vita reale, dove il linguaggio sembra diventato una specie di campo minato. Basta usare una parola ritenuta vecchia, sbagliata o non aggiornata, e subito si scatena il dibattito, o addirittura la condanna. Non c’è più spazio per il dubbio, per il percorso, per l’errore. E allora mi chiedo, non stiamo forse creando nuove etichette che, invece di liberarci, ci rinchiudono ancora di più in categorie?
Ad esempio, qualche tempo fa, durante una riunione tra colleghi, una persona ha raccontato di avere un figlio con autismo e ha usato l’espressione “soffre di autismo”.
Subito un’altra persona è intervenuta, dicendo che quell’espressione era sbagliata, che oggi si parla di “persona autistica” o “neurodivergente”, e che dire “soffre” implica un giudizio negativo.
Il tono è cambiato in un attimo; da un momento di condivisione personale si è passati a una discussione tesa. Chi aveva parlato per primo si è chiuso nel silenzio, visibilmente a disagio, forse pentito di aver detto qualcosa di sbagliato.
Perché sì, chiamare un fenomeno con il suo nome è fondamentale, soprattutto quando quel nome serve a far emergere ingiustizie strutturali. Ma serve anche la pazienza di accompagnare le persone in quel processo di comprensione, senza giudicare chi è rimasto un passo indietro. Serve una lingua che spieghi, non che punisca.
E poi, le parole non sono neutre, hanno una storia, un contesto, una carica emotiva. E quando ne creiamo di nuove, inevitabilmente modifichiamo anche il modo in cui percepiamo la realtà e non sempre in meglio. C’è chi trova conforto in queste nuove definizioni, perché finalmente si sente riconosciuto. Ma c’è anche chi si sente confuso, o respinto. E questa frattura non va ignorata, perché rischia di trasformare un’iniziativa nata per unire in un ulteriore motivo di separazione.
In definitiva, non è la parola in sé a fare la differenza, ma l’intenzione e la consapevolezza con cui la usiamo. Le parole sono strumenti, non obiettivi. Sono mezzi per avvicinarci, non per stabilire chi è dentro e chi è fuori.


Riflessione chiara, innovativa, inclusiva, oltre gli schemi. Grazie.