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Il linguaggio che genera

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Carlo Pacher
Carlo Pacher
Carlo Pacher, classe 1995, lavora per la formazione e lo sviluppo delle persone in La Sportiva. Ha conseguito una doppia laurea in Scienze Filosofiche presso gli atenei di Padova e Jena, in Germania, con una tesi dal titolo: "Intersoggettivà, costruzione, limite. Intorno alla riflessione hegeliana sul linguaggio", tema a cui ha lavorato sotto la guida dei Professori Luca Illetterati e Klaus Vieweg. Precedentemente aveva affrontato il tema della conoscenza di sé in Platone per l'elaborato di tesi triennale con il Professor Carlo Scilironi. Nell'estate 2021 ha preso parte al corso executive "Strategie e nuovi modelli di sviluppo sostenibile" presso CUOA Business School. Attivo in più realtà di volontariato sociale a livello locale, musicista per passione.

Parlare oggi di genere significa toccare una delle soglie più sensibili e contese del discorso pubblico. Significa confrontarsi con un territorio instabile, attraversato da tensioni simboliche, trasformazioni sociali, resistenze culturali. Ma significa anche e soprattutto riflettere sul potere generativo del linguaggio: su ciò che le parole aprono, chiudono, includono o escludono.

In un tempo in cui tutto sembra opinabile e negoziabile, il rischio è che anche la nozione di genere venga trascinata nel vortice di un relativismo culturale indistinto. Si parla di pluralità, spesso tralasciando di ricordare che ogni pluralità esige criteri; che ogni differenza, perché se ne parli, richiede una grammatica; che ogni ascolto implica un’etica della parola. Come scriveva Paul Ricoeur, «il rispetto dell’altro non consiste nell’assenza di giudizio, ma nella sospensione del pregiudizio» (Soi-même comme un autre, 1990). Il dialogo non nasce dal silenzio neutrale, ma da un terreno condiviso di pensabilità, ascolto, scambiabilità.

Il concetto di genere non si configura infatti semplicemente come un’opinione tra le altre. È una lente interpretativa che interroga la relazione tra corpo e senso, tra identità e riconoscimento, tra natura e cultura, tra spazio soggettivo ed intersoggettivo. Judith Butler ha scritto che «il genere non è una cosa che si è, ma una cosa che si fa, che si compie e si ripete» (Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity, 1990). Questa affermazione non è un invito al caos simbolico, ma alla responsabilità della forma: ciò che si fa, si fa con altri, sotto sguardi, dentro strutture linguistiche e sociali che non possiamo ignorare.

Ecco perché il linguaggio è decisivo. Come ricordava Wittgenstein, «i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo» (Tractatus logico-philosophicus, 1921). Nel caso della discussione sul genere e della ultra-generatività semantica che il dibattito contemporaneo sta portando rispetto a questo tema radicale, occorre allora discernere tra le forme che aumentano le possibilità di narrazione e riconoscimento e ciò che dissolve ogni riferimento al punto da diventare inopportuno a quell’espressione plurale – che pur tuttavia viene portata come primo fine del dibattito stesso. Senza una soglia di pensabilità condivisa, ogni discorso rischia insomma di cadere nella pura autoreferenzialità e il pluralismo si trasforma in anarchia concettuale, in cui a saltare è il sistema di riferimento dei significati.

È in questo difficile e delicato scenario, alla ricerca di un equilibrio dentro la complessità, che si collocano i contributi di questo numero di Passion&Linguaggi.

Di fronte alla pluralità degli sguardi proposti dagli articoli, un punto di convergenza si può proporre e intravvedere riconoscendo l’intersoggettività come fondamento. Cogliendo l’intuizione di Hegel nella Fenomenologia dello spirito (1807), «è un Noi che è io, è un io che è Noi» (Fenomenologia dello spirito, 1827), riconosciamo che è nello spazio dello scambio linguistico intersoggettivo che soltanto può avverarsi questa coappartenenza. Lo spunto critico che vogliamo porre, allora, è: dove si fermano e si formano i limiti di riflessione e, al culmine, di possibilità di riflessione sul genere? Se teniamo come orizzonte più ampio della prospettiva antropologica autentica un’apertura a riconoscerci “noi”, recuperando e integrando la particolarità caratteristica del genere – verrebbe da dire “qualsiasi esso sia” – dentro un’unità discreta che raggruppi la moltitudine, trasformandola in una dimensione qualitativamente e ontologicamente compatta nell’intrat-tenere le differenze, che ne è di questa discussione? Fino a che punto ha senso spingersi nel trovare forme che tratteggino una differenza sempre più dettagliata e particolareggiata, posto che l’unicità della persona sarà sempre sfuggente ad una definizione linguistica? Nello spazio intersoggettivo, andrebbe forse maggiormente pensato il rapporto tra il linguaggio simbolico e il linguaggio descrittivo, riconoscendo capacità rappresentativa ed evocativa al primo e slegando il secondo dalla sottesa aspettativa di trovare la parola individuale che descriva me e soltanto me.

Questo numero di Passion&Linguaggi prova a restare in equilibrio su questo crinale. Lo fa con voci diverse che non cercano una sintesi, ma una coabitazione: del pensiero e della fragilità, dell’identità e della trasformazione. Il genere, prima di essere una battaglia ideologica, è un fatto di linguaggi. È nella grammatica che impariamo a riconoscere l’altro. È nella possibilità di dire “io”, “tu”, “lei”, “loro” che si gioca non solo la libertà, ma la convivenza del “noi”.«Il linguaggio è la casa dell’essere», scriveva Heidegger (Brief über den Humanismus, 1947). È da lì che vogliamo partire. E anche lì tornare. Non per chiudere il discorso, ma per renderlo possibile.

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