L’altro è prima di tutto un nemico
La notte del mondo. L’altro è prima di tutto un nemico da dominare o uccidere. A questo stiamo assistendo. Non sappiamo se è la fine del mondo. Certamente è la fine di un mondo conosciuto in tempi di libertà e di democrazia, per quanto imperfetti. Dallo Stato all’orda. L’inversione della dinamica del processo di civilizzazione fino alla democrazia, come lo aveva individuato tra gli altri Eugene Enriquez [Dall’orda allo stato. Alle origini del legame sociale, Il Mulino, Bologna 1986]. Non può bastare ricondurre la crisi di vivibilità contemporanea, – tra indifferenza nel legame sociale, crescita esponenziale delle disuguaglianze e dei processi di esclusione, totalitarismi populisti inediti, affermazione ad ogni livello della legge della forza, guerre, stermini di intere popolazioni e perdita progressiva di biodiversità e di possibilità di vita sul pianeta -, alle forme di crisi che conosciamo. Alessandro Carrera [Il fondamentalismo occidentale e gli spari, doppiozero, 17 settembre 2025] parla giustamente di fondamentalismo occidentale, nella misura in cui tutto il pianeta è soggetto alla pervasiva peste del capitalismo finanziario, e la speranza che il mercato libero portasse spontaneamente alla democrazia si è mostrata non solo vana ma perniciosa. La forma di crisi in atto richiama piuttosto l’avvento di una barbarie sconosciuta. Una barbarie fatta di regressione all’aggressione distruttiva propria dell’orda, per cui ogni altro è prima di tutto un nemico.
Il fallimento della mediazione istituzionale
La mediazione istituzionale fallita, ad ogni livello, dall’Onu fino al condominio, dal Parlamento fino alle istituzioni educative, per non parlare di quelle religiose, è uno dei principali fattori delle nuove forme della crisi. Abbiamo impiegato secoli e secoli ad aumentare l’invenzione e il ruolo di istituzioni di mediazione dei conflitti e delle differenze, passando dall’uso della forza alla forza delle regole. Una tendenza che sembrava progressiva e volta al perfezionamento fino alla scala planetaria [L. Hunt, La forza dell’empatia. Una storia dei diritti dell’uomo, Laterza, Roma-Bari 2010]. Rileggendo le parole di Lynn Hunt a solo quindici anni di distanza sembra di essere immersi in un testo romantico e idealistico, e allo stesso tempo ci si ritrova travolti dalla paura del presente e da domande su come abbiamo fatto a ridurci così tragicamente: “«L’empatia richiede fiducia, bisogna immaginare che l’altro sia simile a sé. Le descrizioni delle torture crearono questa empatia immaginata tramite una nuova visione del dolore. I romanzi la generarono suscitando nuove sensazioni riguardo alla vita interiore. Ciascuno a suo modo, essi rafforzarono la nozione di una comunità basata su individui autonomi ed empatici, che potevano rapportarsi con valori universali superiori, al di là dei legami familiari più stretti, delle affiliazioni religiose o persino delle nazioni. Senza questo processo di apprendimento, l’‘uguaglianza’ non avrebbe potuto assumere un significato profondo, in particolare non avrebbe avuto alcuna conseguenza politica.» Lynn Hunt ripercorrendo la storia del XVIII secolo alla ricerca della nascita dei diritti umani, individua una serie di mutamenti culturali più generali che hanno trasformato il modo in cui gli esseri umani si relazionano tra loro. I diritti dell’uomo sono infatti il prodotto dell’immedesimazione nell’altro, del riconoscimento dell’altrui sensibilità come simile alla propria. Il suo è uno straordinario resoconto culturale e intellettuale su come le idee di relazioni umane descritte nei romanzi illuministi, le raffigurazioni delle opere d’arte e il rifiuto della tortura, come strumento di ricerca della verità, abbiano diffuso i nuovi ideali di uguaglianza, autodeterminazione e rispetto delle differenze.
La preferenza per forme di governo totalitarie e illiberali
Per molti aspetti quello che sta accadendo intorno a noi, mentre ritorniamo alla barbarie primordiale, è il contrario di quanto Lynn Hunt aveva ritenuto di individuare come indicatori di un progresso dell’umanità verso una civiltà democratica basata sul dialogo e sulla cooperazione. Certo negli anni presi in considerazione da Hunt le tendenze da lei individuate hanno convissuto con enormi problemi di sfruttamento, disuguaglianze, stati totalitari, impoverimento di molti popoli a favore dello sfruttamento e dell’arricchimento da parte di altri, di guerre, di violenze e problemi di ogni genere. La differenza però, probabilmente, stava nella tendenza a ritenere superabili quei problemi con un impegno al multilateralismo, alla creazione di istituzioni di mediazione, al riconoscimento delle forme democratiche di governo come preferibili alle forme totalitarie e alle dittature. Il problema è che oggi non è più così e le maggioranze che sostengono capi di stato e governi dei principali paesi del mondo mostrano di orientarsi a preferire forme totalitarie e illiberali. Non solo, ma evidenziano una tendenza all’orda e all’individualismo esasperato in base a cui ognuno si fa giustizia da sé e prevalga il più forte.
La barbarie vicino a noi
Far passare l’idea e la convinzione della impossibilità di fondare una società e una civiltà senza la sottomissione ad un codice paterno e autoritario, è la deriva a cui assistiamo anche con la complicità, sempre edulcorata, di intellettuali insospettabili. Massimo Recalcati ha ritenuto recentemente di dover piegare la propria analisi sulla crisi dell’autorità paterna al servizio della tremenda svolta che il ministro Valditara, avvalendosi della oscura consulenza di Giuseppe Bertagna e della sua verve punitiva basata su una pedagogia dell’oppressione, della punizione e della restaurazione di ordini educativi scientificamente falsificati e volti a creare ignoranza civile e conoscitiva. Vale per Recalcati l’aforisma di Ennio Flaiano: “Gli italiani? Sempre pronti a correre in soccorso del vincitore!”
Una cosa è la dipendenza come condizione dell’autonomia, ma quella dipendenza svolge la propria funzione di crescita e libertà in quanto e se favorisce l’espressione dell’autonomia, così come ogni bambina e bambino crescono “distruggendo” la madre, come ci chiarisce straordinariamente Winnicott.
Ma la continua insistenza, peraltro monotona e replicata a partire da Lacan, con un piglio più lacaniano di Lacan, come sempre per gli imitatori senza originalità, finisce per accreditare l’autoritarismo come necessario per crescere: il voto in condotta ne è un esempio evidente. Laddove si tratterebbe della necessaria intensificazione di una relazione che sostiene la crescita, valorizzando l’elaborazione dell’affettività e delle emozioni, si propone una scelta unilaterale nella quale la scuola come istituzione e gli insegnanti come responsabili della gestione di una relazione educativa asimmetrica si chiamano fuori pretendendo di far parte di un sistema come se non ne fossero coinvolti.
Come tutti i pensieri totalitari, che danno vita a pratiche totalitarie, sono semplificatori della realtà e unilaterali, ma si affermano perché risultano rassicuranti, rendendoci sicuri da morire.

