In ceco, come in altre lingue slave, la parola pokoj dà vita ad una polisemia che certamente non sarà sfuggita a Kafka. Per molti aspetti anche Virginia Woolf si sarebbe riconosciuta in quella parola. L’autrice di Una stanza tutta per sé, avrebbe riscontrato in quel termine una descrizione sufficientemente buona di quel luogo che aveva cercato tutta la vita. Quel luogo affascinante nel quale la solitudine diventa poesia e il silenzio diventa musica. Non necessariamente un luogo fisico. Magari inesistente ma intensamente immaginato grazie all’empatia con gli spazi. Ma cosa designa la parola pokoj? Si riferisce al tempo stesso a una stanza, in quanto spazio residenziale, vano o camera; a una certa possibilità e modalità interiore dove sperimentare una certa tranquillità, un poco di quiete di pace; ma è anche una topografia dell’anima e un’utopia, un luogo che non c’è ancora. È possibile porre da parte almeno per un certo tempo l’assillo? Si può avere un punto, anche molto piccolo e delimitato, dove essere lasciati in pace? Kafka quella stanza se l’era procurata e l’ha difesa perfino dalle persone che ha amato. Ha reclamato il suo posto anche con durezza espressiva, ad esempio verso una persona con cui era giunto al fidanzamento ufficiale, Felice, come si evince dalle lettere. Il pokoj, allora, assume letteralmente le caratteristiche di una cellula elementare del sé. Appare così un luogo fisico nel quale si pensa e si riflette, si cerca e si scrive. Non è solo un luogo fisico ma diventa un luogo psichico che ognuno, se riesce, porta con sé, in sé, per cercare di volta in volta di inscriverlo daccapo in altri spazi. Ha questo di interessante e importante quella certezza: è tanto preziosa se si riesce a conquistarla, quanto precaria per la sua incerta tenuta, e forse proprio per questo così attraente e talmente cercata. Ci rendiamo conto che il pokoj può essere una dimensione portatile, sia che corrisponda ad uno spazio, sia che sia immaginaria e mentale, quando siamo nella confusione, nella folla, in un contesto invasivo, fisico o digitale, e nonostante tutto riusciamo ad abitare quel pokoj con un certo agio. Non è facile, ma il fatto stesso che sia possibile depone a favore del suo valore. È stata Emily Dickinson a rendere, con la sua arte poetica, il valore del pokoj. Avendo invitato la nipote nella propria camera, ha tirato fuori una chiave immaginaria fingendo con quella di inserirla nella toppa e chiudere la porta a mandata. Agitando la chiave inesistente, a quel punto ha detto alla nipote: «This is freedom» [in L. Murat, Proust, romanzo familiare, Sellerio, Palermo 2025]. Un’esclamazione affine a: «Questo è un pokoj». Quel pokoj, quindi, è lo spazio nel quale impariamo a sperimentare il «No», ovvero la selezione di quel che ammettiamo e non ammettiamo, se per selezionare si può intendere allo stesso tempo scegliere e scartare. Il punto in quanto pokoj, allora è il luogo che in nessun modo e a nessuna condizione accetteremmo di veder rimpicciolire, di vedere violare. Il personaggio inquietante e coinvolgente, enigmatico e ambiguo di Melville, Bartleby, con il suo «preferirei di no», non solo tutela e difende quel punto, ma secondo una importante interpretazione esprime per quella via una possibile formula della creazione [G. Deleuze, G. Agamben, Bartleby. La formula della creazione, Quodlibet, Macerata 2011]. Deleuze scopre in Bartleby il paradigma della “natura prima” e, insieme, il rappresentante del “popolo a venire”; Giorgio Agamben legge nel “preferirei di no” dello scrivano la formula della potenza pura, l’algoritmo di un esperimento in cui il possibile si emancipa da ogni ragione. Ne [La stanza del pensiero verginale, Di Renzo Editore, Roma 1996], M. Harris Williams e M. Waddel, sulla scia di Donald Meltzer, si pongono una questione affine, mobilitando categorie interpretative di natura inconscia e psicoanalitica. Il punto allora non è ciò che corrisponde al suo segno ma al diagramma della sua potenza in esercizio. Il concetto di punto è immediatamente il suo atto, è ciò che fa, ciò che produce. Prima ancora di svolgere le funzioni che svolge, è un concetto vivente sopra di noi di un diagramma [C. S. Peirce]. Il punto è autoreferenziale e crea il proprio oggetto: le funzioni che svolge. Proprio questa dimensione originaria del punto è la sua connotazione più importante. Il punto slitta nel terzo escluso come direbbero Deluze e Guattari [G. Deleuze, F. Guattari, Che cos’è la filosofia, Einaudi, Torino 2002]. Il punto importa qui per quello che dal punto si origina e quello che col punto risuona. Il punto allora non è una premessa, né si riduce alle conseguenze che da esso scaturiscono, ma è un centro di vibrazione in cui risuona tutto in ogni momento; in cui si coglie l’infinito in atto; in cui l’illimitato è in atto. Come l’uovo che è originario in sé. Come l’uovo che ha bisogno di contenere le sue potenzialità ma, allo stesso tempo, di essere un contenitore di tutte le possibilità che è in grado di esprimere. L’incubatore che può essere il punto è legato indissolubilmente alla sua capacità di contenimento. E allo stesso concretamente alla sua porosità, alla sua precarietà, alla sua provvisorietà. Ma le seconde caratteristiche non riducono la prima. All’interno del punto pokoj, sia in senso fisico che psichico, si è di fronte a sé stessi. O tutt’al più con chi si decide di invitare ed ammettere. Il contrario è la porta aperta e, quindi, il venir meno di quello spazio contenitivo seppur limitato e magari anche angusto, ma proprio per questo potenzialmente generativo. Il punto, quindi, si propone come una forma di dissidenza, anche se non è quello lo scopo per cui si cerca il punto. Certamente il punto e il pokoj sono in conflitto col totalitarismo della presenza che ambisce a conoscere, ad applicare la volontà di sapere ad ogni forma di vita interiore. Proprio di quella intrusione totalitaria con scopi di disciplinamento ha inteso occuparsi l’esplorazione genealogica di Michel Foucault [M. Foucault, La volontà di sapere, Feltrinelli, Milano 1976]. Il punto o pokoj è il rifugio, il riflesso di quella interiorità che cerca di non farsi violare. Nel suo saggio In una stanza e mezzo, I. Brodskji, [Fuga da Bisanzio, Adelphi, Milano 2016], nato a San Pietroburgo nel 1940 ma costretto all’esilio negli Stati Uniti nel 1972, dopo aver sperimentato la reclusione siberiana, descrive l’appartamento in comune che, insieme ai suoi genitori, gli è toccato condividere con altre famiglie, e spiega come è riuscito a ritagliarsi un angolino tutto per sé: quello dove ha scritto i primi libri. Oggi quel metro quadro, ricavato in una sorta di alcova, viene fatto visitare come un monumento. Il punto è l’oikos, la casa e l’ambiente dell’essere quando cerca le condizioni per concepirsi, riconcepirsi e concepire, purché la sua inevitabile e necessaria socchiusura non divenga inavvertitamente una prigionia.

