«Ottimo lavoro con le grafiche, al cliente sono piaciute moltissimo. Ti faccio un unico appunto: occhio alla curvatura nei petali del quadrifoglio, si “vedono” un po’ i punti di ancoraggio».
Ha finito di lavorare e ha chiuso il computer, per oggi, ma quella e-mail doveva proprio leggerla, anche dal telefono, per sciogliere la leggera preoccupazione che sorge quando attende un riscontro dal titolare dello studio. Feedback positivo e soddisfazione la raggiungono al parco, su quella panchina di legno scheggiato, attorno allo scrosciare dei piedi dei bambini e dei passanti tra le foglie che coprono la terra. Okay, si dice. Prende un post-it dallo zaino, sfila la matita dai capelli e si scrive un appunto. “Sistemare punti di ancoraggio”. Sarà l’ennesimo foglietto che andrà a decorare il frigorifero, l’ennesimo messaggio criptico per suo marito a cui in effetti, tra le tante condivisioni rispetto ai propri lavori, non ha mai spiegato che cosa sia un punto di ancoraggio. Concetto piuttosto tecnico, ma anche intrigante. Si visualizza seduta a tavola per cena, come tutte le sere, di fronte a suo marito. Pensa a una curva – si immagina di raccontargli in questo ipotetico dialogo. Che cos’è una curva? È sostanzialmente una linea che a un certo punto cambia direzione. Il punto di ancoraggio, nella grafica è proprio il momento in cui la linea smette di andare dove stava andando e si orienta verso un’altra parte. Si chiama così perché senza quel punto fermo, che segna una direzione precedente e una direzione successiva, quella linea non potrebbe essere una curva.
Immaginati di avere in mano una gomma Brooklyn e di volerla piegare a metà. Per farlo, dovrai tirare entrambe le estremità verso il basso o verso l’alto. Se tu ti limitassi a fare questo, però, staresti semplicemente spostando la gomma verso l’alto o verso il basso – è ovvio. Per piegarla davvero dovresti fare perno nel punto centrale tenendolo fermo, supponiamo coi pollici, mentre andresti a piegare le estremità. Dovresti prima ancorare il centro e poi muovere le estremità, altrimenti la gomma non si piegherebbe. Quando disegni una curva vettoriale, è la stessa cosa. C’è un punto fermo che dà la possibilità a una linea retta di diventare una curva.
L’aspetto più intrigante è che questi punti sono imprescindibili, ma non si vedono nell’illustrazione finale – a meno che non sia fatta male: in questo caso si potrebbero intravvedere o intuire, perché la curva risulterebbe un assemblaggio di tante curve, più che un continuum omogeneo: è a questo che si riferiva il messaggio del titolare dello studio.
Se fatta bene, però, una curva è armoniosa e fluida e i punti di svolta non sono evidenti. «È davvero una metafora della vita», direbbe a quel punto a suo marito. O almeno della propria vita. Le tortuosità delle sue vicende e i suoi cambiamenti li vede adesso, guardandosi indietro, con molta più chiarezza rispetto a quando li stava vivendo, eppure non riesce a vedere i punti di ancoraggio.
Da bambina giocava tutti i pomeriggi a casa della sua migliore amica, che abitava dall’altra parte della strada. I suoi genitori la accompagnavano sempre per assicurarsi che non le succedesse niente nell’attraversarla, finché a un certo punto ha iniziato ad andarci da sola. Quando è successo, e a cosa è dovuta la decisione per cui i suoi genitori, proprio quel giorno, hanno pensato di lasciarla andare da sola?
All’inizio del liceo, a un certo punto ha deciso che voleva smettere di essere una ragazzina di paese e leggere di più, studiare di più, ascoltare più musica classica e assomigliare di più alle ragazze di città figlie di professori universitari, avvocati e imprenditori. È successo a due, tre mesi dall’inizio della scuola? Quando, precisamente? Alla fine del liceo, a un certo punto ha iniziato a vivere anche il proprio buio. Non riesce a vedere un punto di inizio, eppure sa che c’è. Avrebbe voluto lei stessa diventare un punto senza corpo e senza consistenza, un concentrato di materia densissima però grande un niente. A un certo punto le persone attorno se ne sono accorte e l’hanno aiutata. Ma a quale punto? Erano i 44 kg? Potevano anche essere 43 o 45, oppure no?
Qual è stato il punto in cui, nella sua unica vera storia d’amore, ha intravvisto la possibilità e sentito profondamente il coraggio di una vita insieme?
Nel fluire armonioso, intenso e a tratti confuso ci deve essere stato un momento in cui ha capito di poter dire sì a queste svolte, di accoglierle, di viverle nel loro bene e nel loro male. Ma tutti questi punti dove sono, e che cosa sono? Delle casualità o delle ancore gettate proprio lì perché proprio in quel momento si attuasse la possibilità di un cambiamento, di una salvezza?
Senza una risposta certa a questa domanda, recupera però il post-it e la matita dallo zaino e lo corregge: “Sistemare Accogliere punti di ancoraggio”.
Così il messaggio è più chiaro.


Bellissimo Aurora!!!!