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Punto, ma soprattutto a capo

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Gianpaolo Carbonetto
Gianpaolo Carbonetto
Gianpaolo Carbonetto è giornalista e responsabile di programmi culturali e di formazione, studioso dei fenomeni più rilevanti della cultura e della democrazia.

Pochi vocaboli della lingua italiana possiedono una tale ricchezza di significati, usi, caratteristiche come la parola “punto” che etimologicamente deriva dal verbo latino pungere e che mantiene anche in italiano questo significato, lasciando intendere che inizialmente ci si riferisse all’idea di un segno prodotto da una puntura d’insetto, o da un oggetto appuntito.
“Punto” ha diritto di cittadinanza in chirurgia, ma anche nel cucito e nel ricamo, nei lavori a maglia e all’uncinetto; in matematica gli anglosassoni – e anche molti di noi – lo usano per separare, come la virgola, le cifre intere da quelle decimali, ma anche per sostituire la x, il per, della moltiplicazione; in informatica serve per esprimere il grado di risoluzione delle immagini; nel linguaggio marinaresco per indicare la posizione di una nave; nello sport per indicare i risultati di gare, partite, competizioni e per comporre classifiche e graduatorie, e la stessa cosa vale anche per i giochi in genere, di carte, dadi, o tavoliere.
Nell’alfabeto Morse, ammesso che lo si usi ancora, il punto è l’unità di durata minore dei due elementi usati. Nelle locuzioni, “fare il punto” indica lo stabilire con esattezza i termini ai quali si è giunti in una questione allo scopo di prevedere i possibili sviluppi e decidere la condotta da seguire, mentre “il punto di vista” è la posizione, anche mentale, da cui si osserva qualcosa, ma un punto può essere anche un luogo preciso da indicare.
Potremmo andare avanti ancora molto a lungo, ma già così, a prima vista, sembrerebbe evidente una qualche natura prevalentemente statica di questo piccolissimo segno, mentre, invece, è proprio la sua potenziale essenza dinamica a diventare fondamentale nella vita di tutti noi.
Nella geometria euclidea, per esempio, apparentemente è più un concetto che una realtà fisica, in quanto è adimensionale non avendo lunghezza, larghezza e altezza. Essendo privo di dimensioni, è approssimativamente rappresentato con il leggerissimo segno lasciato dalla punta di una matita. Però, se invece di rimanere statici diventano dinamici, allora i punti si trasformano nei mattoni fondamentali, nei quark da cui sono costituite tutte le figure geometriche.
Se, infatti, sotto lo stimolo di una forza, un punto si muove in una direzione, crea la prima dimensione sotto forma di segmento, semiretta, o retta. Se poi un’altra forza fa muovere una di queste figure monodimensionali in una direzione non coincidente con quella tenuta dal punto, viene creata la seconda dimensione, cioè un piano. Se, infine, è il piano a muoversi, appare anche la terza dimensione in uno spazio che, se delimitato, è un volume.
Insomma, un’entità talmente trascurabile da dover essere rappresentata con una convenzione, come in un piano cartesiano, diventa la base della creazione di un intero universo.
E la medesima cosa può accadere anche nello scrivere, sempre ammesso che al punto si applichi una forza che in questo caso non sarà direzionale, ma intellettuale.
Nello scrivere il punto è, invece, un segno grafico che indica la fine di un periodo e rende obbligatoria la maiuscola iniziale per la parola che comincia l’eventuale periodo successivo. Con il diminutivo “puntino” si intende invece il segno che sovrasta la i minuscola, mentre i punti di sospensione posti alla fine di una frase indicano che il discorso è stato interrotto volutamente; se, infine, sono racchiusi in parentesi tonde, segnalano omissioni volontarie all’interno di citazioni.
Ma è la prima caratteristica quella che ci interessa di più. Se, infatti, consideriamo il concetto di punto come fine di un pensiero, in pratica un “punto e basta”, lo intendiamo in maniera statica, come un elemento che, non muovendosi più, implica la conclusione di un processo mentale. Ma se riguardiamo ogni scritto, sia una nostra missiva, sia un articolo di giornale, sia il contenuto di un libro, ci rendiamo conto che soltanto uno, tra tutti i punti utilizzati, è un “punto e basta”. Tutti gli altri sono dei “punto e a capo” perché indicano che dopo la conclusione del periodo a cui sono legati se ne apre un altro, foriero di ulteriori considerazioni e novità che già, grazie alla forza impressa dal nostro pensiero, ha le sue premesse nelle parole che quel punto sembra considerare concluse; ma soltanto per un istante che può essere talmente breve da non consentire neppure il tempo di cambiare la riga sulla quale si scrive.
L’esempio della scrittura, insomma, è molto vicino a quello della geometria in quanto dipende dalla forza che applichiamo su quel punto la creazione di nuovi universi, siano essi geometrici, scientifici, o letterari, in un percorso di progresso mentale che mai si interromperà fin quando la razza umana continuerà ad agitarsi sulla crosta si questa terra.
Il “punto e a capo” è la raffigurazione plastica del fatto che la mente umana mai si rassegna a essere arrivata alla fine di un percorso, che mai accetta l’illusione di aver realizzato qualcosa che possa essere assimilata alla perfezione, che ci sarà sempre e comunque un qualcosa da migliorare ulteriormente in un percorso che sarà comunque asintotico, cioè che tenderà ad avvicinarsi sempre di più a qualcosa, senza però mai riuscire a raggiungerla.
Questo accade in ogni campo della vita umana e continua a portarci, seppure con un incedere non lineare, incostante e assolutamente non privo di arretramenti, verso miglioramenti che poi noi stessi, quando facciamo prevalere il concetto di “e basta” su quello di “a capo”, mettiamo a rischio, se addirittura non arriviamo a distruggere.
Potremmo anche arrivare a dire che il punto, quel minuscolo segno simbolico che spesso poniamo senza neppure farci caso, è una specie di trampolino che ci invita a saltare, a proiettarci in avanti, a esplorare nuovi percorsi; un trampolino talmente attraente che una mente che sia davvero umana non può ignorare, né rifiutare.
L’importante, insomma, come in tutti i campi, non è lo strumento di cui si dispone – in questo caso il minuscolo punto – ma come lo si usa.

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