Qualcuno mi ha chiesto, molto generosamente, di insinuarmi nella discussione di questo mese. L’ha fatto perché il tema corrente è qualcosa che richiama abbastanza immediatamente il mio paese d’origine: la matematica. Vale la pena che io mi autodenunci subito: sono una docente di matematica, laureata in matematica, appassionata di matematica e di come si racconta. Sto nel mezzo tra chi si occupa di Matematica, con la M maiuscola, e chi ne ha un’opinione che nel migliore dei casi raggiunge la diffidenza. Cara lettrice, non so tu dove ti ponga in questa retta di gradimento, ma mi sento di tranquillizzarti in ogni caso: saranno solo chiacchiere in libertà. La mia clientela abituale è composta dalle studentesse e dagli studenti di un centro di formazione professionale, un universo bellissimo di cui molto ci sarebbe da dire.
Parlavo, con questo qualcuno, di fare il punto della situazione degli studenti che ho di fronte quotidianamente. Ciò, però, non è mai cosa facile: è pratica che in definitiva scivola nel soggettivo; è un modo di dire che, se non sbaglio, deriva dal voler determinare la posizione in cui si è all’interno di un certo processo o percorso, o più genericamente, in un contesto.
Qui la matematica dentro di me alza la prima bandierina di allerta, perché il concetto di posizione richiede di rifarsi ad un sistema di riferimento, cioè “io sono qui, rispetto a”. Non esiste una posizione assoluta, ma solo una relativa a dei riferimenti, più o meno sensati, che io prendo in considerazione. Se mio marito mi chiedesse ora: “dove sei?”, potrei rispondere “in studio” e lui capirebbe, perché il sistema di riferimento è implicitamente la nostra casa. Se dessi la stessa risposta al corriere che mi chiede l’indirizzo di spedizione di un pacco, naturalmente per il pover’uomo la risposta non avrebbe alcun senso.
Ora mi avventuro in pensieri per cui non possiedo una solida struttura umanistica che sorregga le mie affermazioni, facendomi guidare solo da ciò che osservo con addosso gli occhiali matematici. Mi perdonerà, perciò, la lettrice con una formazione più adeguata della mia.
Volendo fare il punto sugli studenti oggi, ossia esplicitare la loro posizione, a mio modo di vedere diventa assai difficile, in quanto il sistema di riferimento è tutto da definire.
Prendiamo ad esempio il sistema di valori, secondo cui molto affrettatamente ogni tanto i loro concittadini vogliono “posizionarli”. Ebbene il sistema di valori è qualcosa che è tutt’altro che statico: come possiamo dire che i ragazzi sono vicini o lontani da un certo riferimento, se questo è in continua evoluzione? Sarà invece molto più probabile che siamo noi ad averne adottato uno, rendendolo pressoché immutabile e utilizzandolo per posizionare tutto ciò che abbiamo attorno. Dimentichiamo spesso però che il sistema di valori/riferimento che abbiamo adottato non è altro che un punto di vista personale, probabilmente condiviso da molti ma, con tutta certezza, non universale. Qui potrei proseguire per ore, ma spero si sia evinto il concetto senza tediarti oltre.
Qualcuno vedrà in queste righe una certa prudenza, forse anche un po’ irritante, nell’esprimermi nella valutazione dei giovani bipedi che giornalmente ho davanti. La lettrice dovrà però tener presente che la mia formazione è prettamente matematica, dove un’affermazione va senz’altro sostenuta da dimostrazione, dove il “se…allora…” è faccenda molto seria.
Ad uso di chi legge queste righe proverò ugualmente ad arrivare ad un punto, ma mi scuserà forse se ci arrivo a modo mio.
Sempre ispirata dal tema che mi si propone, ricerco nella mia formazione il significato di punto. Gli enti primitivi sono degli oggetti matematici talmente basilari che, come ci insegnano a scuola, non possono nemmeno essere definiti. Solo Euclide, dall’alto della sua autorevolezza, si è spinto a tanto nella imponente opera Gli Elementi, dicendo che il punto è “ciò che non ha parti”. Un modo tutto sommato criptico per dirci che il punto non ha dimensione in sé, come un ente effimero di cui non possiamo evincere una forma ma solamente la sua presenza e, eventualmente, una posizione nello spazio attorno a noi, di cui possiamo osservare le interazioni (con retta piano e spazio ad esempio) e da cui possiamo partire a costruire (sempre rette piani e spazi).
Eccolo, l’ho trovato il mio studente “medio”! Una entità così indefinibile e mutevole, a volte così adimensionale da sparire, ma a ben vedere sempre lì davanti a te. Mi sento proprio così, cara lettrice, ogni giorno nel mio lavoro. Posso osservarne le interazioni, conoscerle bene e addirittura prevedere molte delle sue mosse, ma non arriverò mai davvero a definirlo.
Ruberò ancora un attimo del tuo tempo per una ultima considerazione. Continuando con l’azzardata metafora degli studenti-punti, visto che abbiamo capito che non possiamo granché definirli e che determinare la loro posizione è faccenda soggettiva, cosa ci rimane?
La mia scelta è studiare quotidianamente la nostra distanza. La posso già immaginare la tua rimostranza a questa affermazione: distanza nel linguaggio naturale non è un bel concetto quando si parla di relazioni. Eppure, in matematica è un concetto così bello che ho voluto sforare il numero di battute entro cui mi ero ripromessa di rimanere, per dirtelo. In sostanza distanza è un numero che esprime quanti passi servono per andare da un punto ad un altro – attenzione – facendo il cammino più breve possibile. La distanza esprime l’urgenza di andare da me a te, facendo la strada più breve per poterci incontrare prima, senza perderci in inutili arzigogoli. Studiare quale sia questo cammino più breve è la mia grande ambizione quotidiana. E forse, al di là di ogni punto della situazione possibile, dovrebbe essere questo il nostro obiettivo: non mi importa definirti, né dove tu sia, mi importa solo incontrarti.

