HomeArticoloUscire dal monoteismo dell'ego per ritrovare se stessi

Uscire dal monoteismo dell’ego per ritrovare se stessi

Autore

Paolo Fedrigotti
Paolo Fedrigotti
Paolo Fedrigotti (Rovereto, 1981) si è laureato in filosofia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con una tesi su Dante e la filosofia medioevale. Si è specializzato nell’insegnamento secondario presso la Ssis della Libera Università di Bolzano. Ha conseguito il baccellierato in Sacra Teologia presso lo Studio teologico accademico di Trento. Nella stessa città è docente di storia della filosofia e di filosofia della conoscenza ed epistemologia all’Istituto teologico affiliato e all’Istituto di scienze religiose, nonché di filosofia e storia nei licei di Riva del Garda. È membro della Scuola di Anagogia di Bologna e autore di numerosi articoli specialistici e monografie.

POSTILLE A MARGINE DEL SAGGIO L’IO INSODDISFATTO DI ADRIANO PESSINA 

Fra le molte ferite che fiaccano il nostro tempo, una sembra più profonda delle altre: la progressiva rarefazione del tu e del noi (con la conseguente dissoluzione della communitas) innanzi all’urto del narcisismo strutturale che governa e dirige da dentro la soggettività postmoderna. Basta poco per accorgerci di come lo scenario nel quale viviamo sia dispoticamente dominato da quello che Pierangelo Sequeri chiama monoteismo del sé1, un regime affettivo e simbolico nel quale l’io diviene il punto archimedeo a partire dal quale giudicare il senso dell’esistenza e da cui valutare ogni istanza morale. In quest’orizzonte, la relazione non è più un dato costitutivo, ma una variabile accessoria; l’altro si trasforma, diventando, da promessa, minaccia e fattore di disturbo

Questo particolare regime dell’umano non è sorto all’improvviso: è l’esito di una lunga gestazione culturale che, svincolando progressivamente l’individuo da legami istituzionali e comunitari, ha finito per consegnarlo a una solitudine radicale. Liberato (apparentemente) dalle appartenenze, l’io contemporaneo si trova più fragile di quanto non lo fosse l’uomo degli scorsi secoli: la libertà che egli desiderava come guadagno emancipatorio da ogni vincolo si rivela un compito insostenibile e dà luogo ad un’insoddisfazione endemica. Come mostra con finezza Adriano Pessina in un suo recente saggio2 dal titolo L’io insoddisfatto. Tra Prometeo e Dio, l’ego che si vuole totalmente autosufficiente finisce inevitabilmente per diventare prigioniero di se stesso, in quanto incapace di riconoscere che l’identità personale non fiorisce nell’arroccamento autarchico ed egoistico su di sé, ma nella relazione. 

Considerato con attenzione, l’egoismo contemporaneo non è riducibile ad una semplice istanza etica: si svela come una postura culturale ed esistenziale che mette in discussione la possibilità stessa di una vita comune. L’esito del suo imperversare è sotto gli occhi di tutti e si palesa epifenomenicamente nell’incremento dei disturbi depressivi, nelle fragilità relazionali, nell’incapacità di costruire legami stabili, nella crescita dell’aggressività sociale e, ancora, nella crisi del senso civico, nella paura dello straniero e del povero, nella disaffezione alla politica e, più in generale, nella rinuncia ad assumere qualsivoglia forma di responsabilità verso il mondo. (Tra le dinamiche precipue della nostra epoca – come se non bastasse – c’è anche quella dell’iperconnessione digitale, dialettica che – promettendo apparentemente la prossimità ai propri simili – produce il più delle volte solo un’illusione di compagnia).

L’indebolirsi della relazione a cui s’è accennato tradisce sicuramente una visione distorta del tu (inteso sia in senso verticale, teologico, che orizzontale, a livello antropologico), per cui l’altro, da realtà ospitale, viene percepito come minaccia e il suo volto risulta troppo ingombrante per poter esser degno di qualsivoglia considerazione positiva3. Sul campo definito da tale percezione, si gioca una partita pericolosissima, giacché nella nostra società l’altro non finisce solo per essere ignorato, ma viene simbolicamente ucciso. La morte di quest’ultimo si configura in tutto e per tutto come una forma di neutralizzazione dell’alterità. Nell’epoca del monoteismo dell’ego, l’altro non è soltanto ostracizzato, è esplicitamente negato e reso irrilevante. Ed è in questa irrilevanza che matura la più estrema delle povertà che scaturisce dall’essere considerati non più degni di attenzione né di cura. Il paradosso è che i nuovi poveri non sono necessariamente gli altri (coloro che, pur vivendo in contesti opulenti, sono ai margini: anziani soli, giovani privi di orientamento, persone fragili che attraversano la vita come ombre), siamo anche noi. Lo siamo quando viviamo scissi, quando cerchiamo nella prestazione, nel consumo, nella visibilità la conferma di un’identità che non riusciamo a fondare su basi più salde; lo siamo quando non sopportiamo i nostri limiti e li celiamo dietro a vane apparenze, mascherandoli col successo e l’autopromozione. Nell’Io insoddisfatto Pessina mostra bene la dinamica sottesa a tale fallace tendenza: l’io che si vuole autosufficiente finisce inevitabilmente nella frustrazione, perché nessun possesso o conquista materiale può colmare l’intrinseca apertura dell’essere umano all’altro. L’insoddisfazione, in tale sede, non è un incidente di percorso: è la conseguenza inevitabile di una concezione dell’io che pretende di bastare a se stesso senza poterlo realmente fare.

Di fronte a questa crisi, non basta rimpiangere nostalgicamente il passato o denunciare astrattamente i mali del presente; occorre piuttosto ripensare ab ovo l’antropologia che ha condotto al monoteismo dell’io. Il primo passo per farlo è riconoscere che la relazione con il tu (sia quello Trascendente che quello immanente) non è un fattore accessorio dell’umano, ma il suo fondamento. L’identità personale non si costruisce per sottrazione, ma per addizione; non smarcandosi dagli altri, ma aggiungendo alla propria vita il loro volto, la loro parola, la loro differenza. Tanto l’Altro divino quanto quello umano, sotto questo profilo, non sono limiti alla mia libertà, sono ciò che, piuttosto, la rende possibile. Solo davanti al tu l’io esce dal suo narcisismo e scopre la sua vocazione ad essere dono, responsabilità e cura. Quest’ultima, in particolare, va intesa come un esercizio di libertà che illumina in modo particolare la verità dell’essere umano. Prendersi cura di ogni tu significa vedere l’altro, riconoscerlo nella sua irripetibilità e assumere la sua presenza come un compito. La cura è un atto ontologico prima che etico: è il modo in cui l’essere umano, estroflettendosi, comprende se stesso. Essa non è debolezza: è l’atto più forte di cui siamo capaci, perché sottrae l’io alla logica egolatrica della prestazione e lo restituisce a sé medesimo. La cura permette di superare il mito dell’autosufficienza e di riconoscere che la nostra identità è strutturalmente bisognosa. La vera alternativa al monoteismo dell’io non è, dunque, la dissoluzione dell’individualità, né la fusione in un collettivo indifferenziato, ma la capacità di far pietosamente spazio ad un oltre da sé irriducibile all’io. La pietas — intesa qui come custodia reciproca e come prossimità attiva — diventa allora la condizione per vivere pienamente, poiché solo l’io che si dona si compie. 

«La conoscenza di sé – nota Pessina – avviene riflessivamente, per un vivente capace di costruire la propria e altrui storia, dentro un agire che è sempre anche un incontrare e un progettare. L’io della trascendenza si oppone all’io dell’immanenza perché il primo non cerca soltanto dentro di sé la verità della propria condizione, ma capisce di poterla toccare superandosi: la perfezione resta per quest’io qualcosa che ha a che fare con la relazione con sé, con gli altri, con il mondo»4.Uscire dal monoteismo dell’ego significa, in definitiva, cominciare a ritornare umani. Non si tratta di inseguire un’ingenua bontà o un’illusoria giustizia, ma di assecondare un compito esigente: ritessere il legame tra iotunoi; riconoscere che la felicità non nasce dal consumo, ma dalla reciprocità; recuperare la parola come ponte, lo sguardo come cura, la vicinanza come forza. In un mondo che tende a giustapporre individui isolati, abbiamo urgente bisogno di ricreare comunità; in una società che celebra la prestazione e che assolutizza l’io, abbiamo bisogno di riscoprire il tu e il noi come luoghi etici e, al tempo stesso, metafisici. È questo e non la potenza della tecnica o la solidità dell’economia a garantirci un futuro: la sua possibilità dipende, in fondo, soltanto dalla capacità dell’io di riconoscere nell’altro il luogo in cui si decide il suo destino.

1 Cfr. P. Sequeri, La cruna dell’ego. Uscire dal monoteismo del sè, Vita e Pensiero, Milano 2017. 
2 A. Pessina, L’io insoddisfatto. Tra Prometeo e Dio, Vita e Pensiero, Milano 2016.
3 Ibi, p. 116.
4 Ibi, p. 212.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Ultimi articoli