Cosa prova l’Altro? La paticità ferita originaria e la dialettica della solitudine

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Rosario Iaccarino
Rosario Iaccarino
Rosario Iaccarino, formatore, giornalista pubblicista dal 1990, è co-fondatore della rivista online Passion&Linguaggi. Ha recentemente pubblicato per i tipi di Edizioni Lavoro, con Emanuela Fellin e Ugo Morelli, “I nuovi linguaggi della rappresentanza sindacale” (2024). Nel 1997 ha curato con M. Stella il volume “La parabola della democrazia”, Edizioni Lavoro. Ha fondato con il regista, attore e drammaturgo Thomas Otto Zinzi, il Laboratorio Teatrale denominato “Cosa può fare un corpo”.

Sia che si tratti del corpo altrui
o del mio proprio corpo,
ho un solo modo di conoscere
il corpo umano: viverlo,
e cioè far mio il dramma
che lo attraversa
e confondermi con esso.

M. Merleau-Ponty

Io non so parlare
ma so ascoltare il silenzio
delle parole,
so comprenderne il significato
solo quando sono lontana
dal loro rumore.
Parole non mie,
che si siano lasciate ascoltare,
ora sono diventate
anche mie.
Posso donarle,
come se parlassi.

Antonia Pozzi

Come ha scritto una volta Karl Jaspers
dai romanzi, da alcuni romanzi
russi in particolare,
scaturiscono ragioni e occasioni
di conoscenza dell’anima
più profonde e radicali che non quelle
che nascono dai testi di psichiatria.

Eugenio Borgna

Voci, voci. Ascolta, mio cuore,
come solo i santi sapevano ascoltare:
loro che l’enorme chiamata
sollevava da terra;
ma loro restavano in ginocchio,
impossibili, senza badare:
così loro ascoltavano.

Rainer Maria Rilke

L’uscita recente in libreria del volume I patemi della ragione – curato da Enza Silvestrini [Cronopio, 2026] – che raccoglie le lezioni del corso di Filosofia morale tenuto tra il 1993 e il 1994 da Aldo Masullo, uno dei maggiori filosofi italiani, offre l’occasione per tornare a riflettere su una questione essenziale per la nostra esistenza, per la stessa filosofia e per tutte le discipline che si occupano della condizione umana: la paticità. In questa prospettiva fenomenologica del patire soggettivo, infatti, è possibile ripensare il senso dell’esistere, la natura emozionale, affettiva, intersoggettiva dell’essere umano, la generazione della coscienza e del pensiero. E anche della ragione, i cui patemi, come viene ricordato nella quarta di copertina, con le parole del filosofo napoletano, «sono stati emozionali limite, inscindibili dalla condizione esistenziale della ragione stessa. Non più intesa come pura capacità meccanica, si tratta di una ragione incarnata, portatrice del coinvolgimento radicale del corpo, continuamente affacciata sull’abisso di sé stessa, su quella domanda radicale (il senso) che è orizzonte e vertigine».

Cosa prova l’Altro? Da questa domanda prende le mosse la straordinaria ricerca scientifica di Aldo Masullo, sviluppatasi in quel solco grandioso – fatto di percorsi plurali, ma in chiara discontinuità con la filosofia classica – che è stata la fenomenologia, e che viene ora riproposta nelle sue lezioni, ma a cui Masullo ha dedicato due testi: Paticità e indifferenza apparso nel 2003 [Il Melangolo] e L’Arcisenso. Dialettica della solitudine  [Quoldibet], uscito nel 2018.

Chiunque si accosti ai testi di Aldo Masullo ne rimane affascinato e coinvolto – anche i  non addetti ai lavori come chi scrive – perché si rende conto che il suo pensiero, al pari di coloro che hanno esplorato ed esplorano il perché e il come della vita, a partire dalla sua fattualità e alla ricerca del suo senso, muove non da un approccio astratto, ideologico, accademico, ma da un’ottica non oggettivizzante della realtà e del soggetto, e che assume la singolarità e l’intersoggettività come punti di partenza di qualsiasi discorso riguardi l’umano, toccando le corde sensibili, tragiche, del vivere. Anzi, come sottolinea lo stesso Masullo non del vivere (categoria biologica), ma del vissuto, ossia del patire individuale nell’esistenza quotidiana, dove il «vivente si converte in umano e si apre a sé stesso, si fa soggettivo».

La ferita dell’Altro, l’irruzione della differenza

Il patico è la ferita originaria dell’Altro, originata dalla differenza del vivente che irrompe e cambia repentinamente il vissuto soggettivo: «nel repentino il tempo è patita irruzione della differenza, traumatico avvertire la destabilizzazione, autoaffezione della frattura irreversibile che ogni volta accade dietro di noi, appena compiuto un passo, sentimento dell’insanabile discontinuità del vivere, emozione del trovarci sempre da capo esposti alla contingenza» [L’Arcisenso, op. cit., pag. 180].

Ecco la verità sull’uomo, su quest’uomo, e sull’esistenza, ciascuna singolare esistenza: siamo soggetti esposti [e feriti] ai colpi dell’incertezza strutturale della vita, e il primo ad avvertirlo è il nostro corpo: «Cosa c’è di più contingente, meramente fattuale, del proprio corpo, vissuto come un accadere al sé, quasi che il sé fosse prima del corpo, e non ne fosse invece l’umbratile proiezione? Cosa c’è nel mio sé (nel me) di più contingente del corpo, dalla cui contingenza dipende quell’io, nel cui nome poi il corpo viene detto ‘mio’? L’accadere è sorte». [A. Masullo, L’Arcisenso,op. cit., pagg. 12-13].

Solamente nel patire si esiste e si diventa, dice Masullo, indicando che il verbo “patire” non inclina necessariamente alla sofferenza, quanto al “provare” [che sappiamo induce comunque dolore], a ciò che si prova nell’esistenza, minuto dopo minuto. E questo è anche il senso del tempo, in Masullo.

È in questa prova soggettiva che vive non l’uomo, ma questo uomo in carne e ossa: una biografia unica, originale, personale; un uomo, questo uomo, capace di un sentire che è un sentir-si.

L’esistenza è un uscire da sé e un divenire dalla vita biologica (vivere) a quella vissuta (esistere). Cosa prova l’Altro? Cos’è il suo patire? Su questo terreno, secondo Masullo, «si esprime il passaggio dal piano dell’oggettività, che con Husserl potremo chiamare dell’oggettività eidetica e, quindi, dal piano dei significati al piano del senso. Infatti, quando parliamo del vissuto, non parliamo dei significati, ma del senso che ogni vivente può diventare proprio in quanto non è un vivente qualsiasi, ma un vivente che nella sua determinatezza è portatore di sensibilità e di autocomprensione […] Tutte le cose viventi, nel loro vivere, sono portatrici di senso che è, appunto, quella sensibilità che è all’origine, cioè sensibilità di sé stessi».  [A. Masullo, I patemi della ragione, pag. 183].

Paticità e dialettica della solitudine

Siamo esposti e toccati, feriti, senza un perché, e non possiamo che vivere tutto ciò nella solitudine, anche se fossimo in presenza della sensibilità dell’Altro, della sua comprensione, della sua attenzione. «Ogni accadere tocca a me – scrive Masullo – proprio a me, senza che io sappia perché, così come non so questo me donde venga né dove vada, e neppure perché proprio a me, questo me, sia toccato. Con l’accadermi la coscienza di me ogni volta salta fuori del suo con-sistere, e proprio in ciò io e-sisto. Essa qualifica il vissuto, il riferimento esplicito o implicito a un sé, coscienza riflessiva, autocentrata ancora prima che nella pubblicità della forma linguistica ‘io’ e nella determinazione dialogico-concettuale. Insomma se il vissuto è l’evento propriamente umano, la paticità è il nucleo intimo del vissuto…» [L’Arcisenso, op. cit. pag. 16].

Questo è il senso della vita, della esistenza di ciascuna persona, che viene dal vissuto e che, secondo Masullo, è incomunicativo, non è rappresentabile, può essere riconosciuto ma non conosciuto, perché il sentir-si corrisponde alla radicale solitudine dell’individuo. E qui che si realizza quella che Masullo chiama la “dialettica della solitudine”.  «Anche nella profonda comunione di un’amicizia – scrive Masullo – io parlo con te, cioè svolgo un discorso di cui tu comprendi il significato, e a cui appieno corrispondi; io posso perfino parlarti della emozione che provo in questo dialogare, e tu m’intendi, ma non io posso farla sentire a te, non posso farti sentire il mio sentir-mi, come tu parlando non puoi farmi sentire il tuo sentir-ti. È innegabile: ognuno di noi è irrimediabilmente solo. Al fondo gli altri gli sono estranei, come lui agli altri» [L’Arcisenso, op. cit., pag. 24].

Luigi Pirandello, nella drammaturgia Uno nessuno e centomila anticipa con il linguaggio del teatro questa verità filosofica e antropologica, che Masullo raccoglie: «Il guaio è che voi, caro, non saprete mai, né io mai potrò comunicare come si traduca in me quello che voi mi dite. Non avete parlato turco, no. Abbiamo usato, io e voi la stessa lingua, le stesse parole. Ma che colpa abbiamo, io e voi, se le parole, per sé sono vuote? Vuote, caro mio. E voi le riempite del senso vostro, nel dirmele; e io nell’accoglierle, inevitabilmente, le riempio del senso mio». 

Si possono comunicare e scambiare i significati, che nascono dalla relazione con l’Altro, ma non il senso, che è sensus-sui. «Va detto – precisa Masullo – che nell’umanità dell’individuo concorrono due specie di fatti, che sono anche due punti di vista su di essa. Una specie sono i viventi in carne ed ossa, i corpi, i quali movendosi s’incontrano o si scontrano, e così lottando o abbracciandosi visibilmente comunicano: è la sfera del semiotico, che la cultura via via allarga nel semantico e nel logico. Una seconda specie sono i vissuti, il senso che ogni volta vivendo io provo, un sentimento del vivere che provo io, unicamente io: è la sfera del patico. La prima sfera è popolata di relazioni, la seconda di solitudini» [L’Arcisenso, op. cit., pag.25].

L’origine del concetto di patico tra medicina, antropologia e fenomenologia

Il concetto di “patico” ha un’origine ben precisa, esso viene introdotto a inizio anni trenta nell’ambito di quella medicina che dialogava con la fenomenologia e l’antropologia, nella prospettiva di contrastare una concezione scientista, riduttiva, biologistica, della malattia, riconsiderando il paziente nella sua interezza e nella sua sofferenza fisica e psichica. Noi siamo un corpo, non abbiamo un corpo. E tutto parte dal corpo, che esige la sua parte. Il vissuto accade nel corpo, il sapere viene dal sapore, dall’assaporare il dolore o il piacere, direbbe Masullo. 

Victor Von Weizsäcker, medico e antropologo, negli anni trenta edita un volume dal titolo Pathosophie nella prospettiva che nel mondo della medicina venga ricomposto ciò che è stato separato, ossia il corpo dalla psiche, e si prendano in seria considerazione i processi emozionali profondi dell’Altro, quelli che vissuti, patiti nel corpo vivo, mettono in movimento l’io e motivano e orientano le sue decisioni e le sue relazioni col mondo e con l’Altro.  Scrive Weizsäcker: «Al modo del ‘patico’ conducono concetti come attesa, sorpresa, pericolo, minaccia, arbitrio e libertà, decisione e limitazione”. (…) tali nozioni non sono affatto psicologiche, bensì tutte insieme esprimono la situazione del vivente, la maniera d’esistere che noi ora riassumiamo con il termine ‘patico’. Esso non indica l’essere ma il soffrire» [A. Masullo, Paticità e indifferenza, pagg.123-124].

Nella prospettiva indicata da Viktor von Weizsäcker, – scrivono gli psichiatri R.Vanacore, G.Di Petta e D.Tittarelli – «il carattere del patico risiede nella sua passività. E tale passività consiste nell’inevitabilità del nostro essere-nel-mondo-con-gli-altri e del nostro essere-rivolti-al-mondo. Vogliamo qui, però, riprendere e ribaltare la concezione di pathos come passaggio dalla vita alla morte, intendendolo come passaggio dalla morte alla vita, o meglio dalla non più possibile possibilità di non-esserci alla possibilità dell’esser-ci. In quest’ottica, quindi, il momento patico – nel suo essere a fondamento della possibilità stessa dell’esperienza, corporea e comune – può dischiudere possibilità di senso che liberino l’uomo dalla rafferma possibilità psicopatologica e lo mettano in cammino verso differenti esperienze» [incircolorivistafilosofica.it].

La psicopatologia fenomenologica

La paticità è dunque la radice del senso, della passione, che spinge ad uscire da sè stessi e ad andare verso l’Altro, cambiando la modalità dell’incontro con l’Altro, con il suo corpo patito, e il suo mondo, che costruisce fondamenta solide alla relazione intersoggettiva, già iscritta fisiologicamente nella empatia. La dimensione del patico che – a maggior ragione – assume un particolare valore negli ambiti della cura delle persone, come la medicina e soprattutto la psichiatria, e per quelle scienze dedicate alla comprensione dell’umano. Il nostro paese, peraltro, può vantare una autorevolissima scuola di Psicopatologia Fenomenologica che ha avuto come protagonisti Franco Basaglia, Danilo Cargnello, Bruno Callieri, Eugenio Borgna, per citarne alcuni dei più importanti. In un suo bellissimo libro proprio Eugenio Borgna sottolineava che «nell’incontro fra medico e paziente, cioè, e questo vale emblematicamente se si abbia a che fare con una vita psicotica, le conoscenze tecniche (le conoscenze farmaco-terapeutiche) non bastano: ad esse si devono accompagnare quelle attitudini psicologiche e umane che consentano di decifrare le incrinature, e le striature, delle parole e del silenzio». [Le intermittenze del cuore, Feltrinelli, 2003].

Su Passion&Linguaggi, in questo numero dedicato alla Ferita, si può apprezzare nel bell’articolo della psicologa clinica Sara Bargiacchi, una fenomenologia della ferita, attraverso un racconto di sé [di un o una paziente] di Cosa prova l’Altro? che rinvia alla dimensione patica dell’esistenza, alla continua fatica di “venire a sé”, che chiede accoglienza, ascolto, comprensione, che sono parte integrante della terapia, e chiede l’apertura di quello spazio che Ludwig Binswanger, chiama “timico”, dove vivono ed emergono la dimensione emotivo-affettiva e situazionale-espressiva dell’Altro. 

«Avvicinarsi al dolore – scrive Sara Bargiacchi – è sempre molto difficile perché, anche senza volerlo, si può fare male: basta una frase sbagliata per riaprire una cicatrice, per rinforzare la convinzione di non poter essere capiti, per evocare ricordi dolorosi o anche per riattualizzare quel senso di ingiustizia e quegli interrogativi (perché proprio a me? Cosa ho fatto di male?) che alla ferita spesso si accompagnano. Di fronte al dolore bisogna farsi piccoli piccoli e lasciarlo parlare o essere pronti ad ascoltarne i silenzi, aspettando il momento in cui il dolore sente di potersi trasformare in parole» [S. Bargiacchi, Entrare nella ferita: un’analisi fenomenologica per rendere visibile l’invisibile, Passion&Linguaggi n.63/2026].

La modernità e l’uomo dal sentimento intorpidito

Il problema più importante rispetto al vissuto dell’Altro, al suo patire, che emerga nel riconoscimento dell’Altro, sta, secondo Aldo Masullo nell’ideologia trasformistica della modernità; e in proposito cita Giacomo Leopardi quando parla dell’uomo moderno: «l’uomo di sentimento affievolito e intorpidito dall’esperienza del mondo, e dalla misera cognizione delle cose, insomma l’uomo moderno conserverà di dentro e di fuori il suo stato giornaliero, non proverà emozione se non piccola, minore ancora di quella che forse si aspettava». 

«L’ideologia trasformistica moderna gioca a ridurre le differenze e ad accrescere l’indifferenza forte dell’uomo moderno del prometeico orgoglio del sapersi autore e signore delle trasformazioni. Qui si annida oggi la più terribile minaccia per l’uomo (…) in quel trasformismo tecnologico che nel cui moto l’uomo – l’essere stesso dell’e-sistenza – viene consumato». Masullo aveva ben individuato il carattere pervasivo e condizionante dell’uso ai fini manipolatori delle nuove tecnologie, che indirizzano verso un divenire inautentico, che tendono a fiaccare il corpo vivo e a sterilizzare la dimensione patica dell’esistenza.

Della quale, scrive Aldo Masullo è intrisa la stessa ragione: «non c’è momento della vita della ragione in cui essa non sia intrisa di paticità. La ragione è incarnata: ancora una volta voglio ricordare l’espressione aristotelica logos enylos: la ragione sta dentro la materia determinata che è il corpo. Non c’è ragione senza corpo. Questa unità inscindibile di ragione e corpo ha come inevitabile conseguenza il fatto che la ragione, indivisibile dal corpo, è indivisibile dall’affettività. Non c’è, infatti, corpo vivente senza affettività, almeno elementare, come sentimenti di piacere e dolore. Piacere e dolore sono proprio il segno che il corpo è vivente, che non è una poltrona, un banco o qualsiasi altro oggetto inanimato. E vivente perché soffre e gioisce». [A. Masullo, I patemi della ragione, op. cit., pag. 256].

La paticità è la ferita originaria, è dolorosa, ma è bene che rimanga aperta.

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