RIFLESSIONI SULLA FERITA
Protraendo il pensiero e ponendosi in dialogo con il tema del precedente numero, vulnerabilità, Passion&Linguaggi pone al centro del presente numero la ferita.
Riflettere sulla ferita e sulle sue implicazioni contemporanee significa prendere seriamente in considerazione, con Aristotele, “i molti modi in cui si dice” ferita e pertanto anche i molti modi in cui ad una ferita si può rispondere e come la si possa trattare. In seconda battuta, occorre soffermarsi a considerare il rapporto che l’uomo considerato nel suo essere politico intrattiene oggi con essa, tanto da un punto di vista concreto – medico, biologico – che astratto – psicologico, simbolico, significativo, teleologico, morale.
Gli ultimi decenni, almeno almeno quelli del nuovo millennio, hanno portato una doppiezza di riflessione non ancora risolta rispetto al pensiero e ai modi in cui si vive il binomio vulnerabilità e ferita.
Da un lato il modello economico nel quale siamo inseriti continua a sostenere e a riconoscere maggiormente, nei fatti, l’immagine del vincente, di colui o colei che affronta le sfide del business e quindi della vita senza sbagliare un colpo, che ha capacità decisionale e manageriale legata al senso del contesto, le cui competenze si basano su una lettura corretta del momento corretto per agire nel modo più corretto possibile. Ma il senso in cui si intende quel “maggiormente” legato al riconoscimento e l’accezione con la quale si interpreta quotidianamente quel “correttamente” per cui viene premiato chi non ne sbaglia una tradiscono ipso facto il paradigma che premia l’efficienza, il profitto, il risultato individuale e l’idea di successo legata al benessere economico e finanziario, confondendo il mezzo per eccellenza (il denaro) con il fine (la felicità). In questo paradigma, la ferita è considerata nel suo momento massimo come un incidente di percorso, sempre già superato e posto semanticamente alle spalle, che viene valorizzato come abilitante del successo che poi – nel momento presente della narrazione – è seguito da quella ferita. Di ferita se ne parla a cose risolte.
Questa concezione viene oggi sostenuta e rinforzata dall’esponenziale progresso tecnologico che tiene a braccetto il modello economico-finanziario e la semantica che ne deriva, per cui le dimensioni della facilità e della velocità con cui si producono risultati fanno schiantare l’essere umano che si misura con la macchina rispetto al raggiungimento di obiettivi vòlti all’efficienza tecnica e al funzionamento dei meccanismi regolatori-organizzativi che in parte soltanto residuale premiano l’originalità rispetto all’esecuzione. Di fronte a una velocità e un’esattezza che non gli appartiene, l’uomo che non può ferirsi e che contemporaneamente sosta in questo paradigma soffre di impotenza.
L’altro lato del doppio che oggi rileviamo in essere riflettendo socialmente sulla ferita è quello di un’esaltazione a tratti esasperata della nostra vulnerabilità e di ciò che ci lacera. Proprio perché all’interno del paradigma del successo e della funzionalità e come antidoto di questa dimensione simbolica dell’uomo che non deve chiedere mai, negli ultimi decenni è stata per contro riscoperta l’ineluttabilità del nostro essere fragili, valorizzando tanto tradizioni come quella orientale del riparare valorizzando le ferite, quanto nell’esperienza forte e de-stigmatizzata del burn out occidentale di cui oggi si parla e si può parlare, dalle giovani generazioni che faticano a sostenere il modello scolastico ai lavoratori che si sentono schiacciati nel sistema sopradescritto, a tutti i livelli gerarchici e trasversalmente alle imprese e ai settori di competenza. E poi c’è stata l’esperienza del Covid, che ha reso manifesta a tutti proprio quella fragilità che, con Pascal, ci dimostra come “l’uomo non sia che una canna al vento”, così facile da spezzare e da far morire. Davanti dunque al baratro d’ansia che oggi caratterizza la vita e la quotidianità di tanti di noi, perlomeno se ne parla – ed anche qui c’è da chiedersi con chi e in che modo, oscillando tra l’enorme richiesta di consulenza psicoterapeutica e psichiatrica, i dati che raccontano come un quarto dell’utilizzo totale dei modelli di IA è rivolto a chiedere circa i propri disagi – le proprie ferite – e l’estremo dell’esibizionismo nella tv del dolore.
Sullo sfondo rimane, inesorabile, la domanda delle domande che sempre cerchiamo di evitare e che pur tuttavia trattiamo anche e forse soprattutto quando non lo facciamo direttamente. Quella che ci interroga sul nostro fine ultimo, sulla brevità del nostro esistere e su un’eventuale dimensione postera. È forse questa la ferita “di fabbrica” con la quale nasciamo e che non possiamo proprio evitare di trattare.
Di tutto questo parlano i molti e ricchi contributi che questo numero di Passion&Linguaggi ospita, di cui preme dare un riferimento per argomenti ai fini di orientare il nostro lettore, la nostra lettrice.
Il focus di questo numero è a cura di Roberto Scarpa, il quale ripercorre le vicende di Edipo e di Amleto nelle opere teatrali di Sofocle e Shakespeare, dimostrandoci magistralmente, una volta di più, che le loro storie sono la nostra e che attraverso i classici abbiamo l’opportunità di accedere e forse pure di curare le nostre di ferite.
La ferita viene poi innanzitutto affrontata dal punto di vista psicologico, con i contributi di Sara Bargiacchi, che si occupa di rendere visibile l’invisibile nei sintomi della depressione, e di Emanuela Fellin, che tratta invece la ferita narcisistica con i preoccupanti riferimenti all’attualità e alla politica internazionale.
La triade di contributi di Gianpaolo Carbonetto, Paolo Fedrigotti ed Elio Proietti si occupa in una riflessione dal risultato corale di tratteggiare fenomenologicamente le caratteristiche della ferita e di riscontrare, seguendo la pista dell’arte giapponese del kintsugi, la via per la cicatrizzazione della stessa: la cura e lo spazio da fare all’altro.
Francesca Giovanetti e Ugo Morelli si interrogano sull’incursione tecnologica nella dimensione di cura delle nostre ferite – biologiche e non –, rivelando in che senso e in quali modi quella risposta non porta a fare i conti con la nostra domanda di cura esistenziale e primaria.
Infine, Dario D’Incerti offre un excursus dei modi nei quali, nel tempo, il cinema ha approcciato il tema, mentre Stefano Abbatangelo la tematizza assieme alla vulnerabilità rispetto alle organizzazioni lavorative alle loro capacità di tenerne conto.
Non sfugga, come ultima importante disamina, il bazar della mente in cui Rosario Iaccarino intercetta e propone l’ultima pubblicazione, postuma, di Aldo Masullo, I patemi della ragione (Cronopio, 2026).
Ciò che emerge dalla complessiva riflessione che proponiamo per questo mese è che il faticoso e lento – come quello che serve per cicatrizzare – compito di compiere un’analisi sul nostro rapporto con la ferita, per molti versi, equivale a farci una diagnosi individuale e intersoggettiva sulla convivenza tra uomini e donne, a partire dalla capacità o incapacità di noi stessi considerati come singoli individui di distrarci da noi stessi, di comprendere che non si tratta sempre di noi e dei nostri pensieri. Curare le ferite, quelle altrui, richiede di accorgerci innanzitutto dell’altro e che le sue ferite ci sono e ha il potere taumaturgico di distoglierci dalla ridondanza del pensare sempre a noi stessi, di autosospenderci.
Che non pensare alle nostre ferite sia una prima via per guarirle, in molti casi?

