RIFLESSIONI INATTUALI SU UNA VIRTÙ POLITICA DA RISCOPRIRE
Nell’orizzonte culturale dell’uomo ipermoderno, l’immaginazione occupa una posizione a dir poco marginale: essa viene considerata una facoltà minore, un’attività legata secondo alcuni all’infanzia, secondo altri alla rêverie privata o all’evasione irrazionale, tollerata soltanto entro gli angusti limiti dell’arte e dell’intrattenimento. È innegabile che il mondo nel quale ci muoviamo pensi l’immaginare – soprattutto sotto l’egida di una concezione rigidamente razionalistica della conoscenza – come un atto associabile a ciò che devia dalla verità, dalla concretezza e dall’ordine logico. Eppure, proprio questa svalutazione rivela un equivoco profondo e un fraintendimento radicale della sua natura: l’immaginazione non si pone, infatti, come la facoltà che permette semplicemente di collezionare un mero repertorio di immagini mentali né come un meccanismo di fuga fantastica dal quotidiano e dalla sua complessità; se rettamente intesa, essa si manifesta come una delle attitudini più profonde e decisive della coscienza umana e come il luogo in cui l’esperienza viene interiormente rielaborata, raffinata e resa significativa. Si può dire – per esprimerci metaforicamente – che l’immaginazione si manifesti quale laboratorio invisibile di ricomposizione del reale: nel suo panorama, l’esistente non è semplicemente registrato, ma risulta trasformato attraverso una continua operazione di confronto tra ciò che è e ciò che potrebbe essere.
Proprio in virtù di questa sua capacità trasfigurativa, l’immaginazione si rivela anche come una facoltà eminentemente relazionale: immaginare significa sottrarsi alla prigionia del proprio punto di vista, rendersi capaci di assumere prospettive differenti, vedere il mondo attraverso presupposti diversi da quelli che abitualmente ci definiscono. Tale operazione non si limita ad ampliare l’orizzonte del pensiero, ma educa interiormente al decentramento, ossia alla possibilità di mettere in discussione l’ingombrante centralità del proprio io per aprirsi all’esperienza dell’altro. È all’interno di questa fattispecie che emerge con forza la valenza etica e politica dell’immaginazione, dinamica che non pochi filosofi riconoscono come una precondizione essenziale della stessa convivenza umana. Tra coloro che, nella filosofia del Novecento, hanno maggiormente insistito su tale dimensione c’è Hannah Arendt. Nella sua Teoria del giudizio politico, la filosofa tedesca attribuisce all’immaginazione una funzione decisiva nella formazione del giudizio – per l’appunto – politico1: l’immaginazione non viene da lei concepita come semplice facoltà produttiva né tantomeno fantastica, bensì come la capacità di rendere presente ciò che è assente, sottraendo l’esperienza antropologica all’immediatezza sensibile e aprendo uno spazio autentico di confronto tra l’io, il tu e, dunque, il noi.
È muovendo dallo spunto della Arendt che siamo senz’altro autorizzati a scorgere nell’immaginazione una virtù politica da riscoprire e potenziare in chiave anti-individualistica ed anti-utilitaristica: la cosa è essenziale soprattutto per società come le nostre, in cui le élites, i gruppi di potere e i cittadini in genere mancano quasi totalmente della capacità di rappresentarsi le conseguenze delle proprie azioni e di interrogarsi sugli effetti che le proprie scelte avranno su di sé e sugli altri. Vista sotto questo profilo, l’immaginazione non costituisce affatto un’evasione dalla responsabilità; emancipandoci da ogni automatismo e dall’inerzia sociale, essa ne rappresenta piuttosto il fondamento più autentico giacché nessuna presa in carico di sé, del prossimo e del bene comune è possibile senza la capacità di figurarsi il volto dell’altro, il suo dolore, le sue attese, la sua fragilità. È soltanto immaginando l’effetto delle nostre parole, delle nostre omissioni e delle nostre scelte sulla vita altrui che possiamo realmente diventare soggetti morali. Ogni autentica esperienza etica nasce, in fondo, da questa capacità di uscire simbolicamente da se stessi e di abitare, sia pure provvisoriamente, esperienze che non coincidono con le nostre.
L’immaginazione politica si rivela allora una dimensione imprescindibile per superare la crisi individualistica in cui le società dell’Occidente democratico versano: essa è in grado di ampliare la sensibilità morale perché rompe il confinamento dell’io e dissolve l’illusione autosufficiente dell’individuo concepito come atomo a se stante, permettendo la riscoperta del senso autentico del noi: non di un noi impersonale, massificato o ideologico, ma di un noi comunitario, che prende forma dall’incontro autentico tra persone concrete.
«L’io e il tu – scrive Luciano Raberi – esistono perché rapportati l’uno all’altro: ogni volta che si realizza un rapporto sincero e autentico, l’io e il tu si personalizzano. Il noi, di fatto, non è che l’insieme dell’io e del tu che si rapportano in quanto persone uniche e inconfondibili, quindi col proprio mondo esperienziale e di pensiero. L’altro [attraverso il dispositivo dell’immaginazione politica] mi si presenta in tutta la sua dimensione dinamico-esistenziale di persona umana quale soggetto dialogico»2.
Il noi qui descritto non coincide con l’annullamento omologante delle differenze individuali: in un orizzonte comunitario, l’io e il tu non si percepiscono reciprocamente come un limite o una minaccia, ma come una presenza attraverso cui la loro stessa identità può maturare e approfondirsi. In quest’ottica, l’immaginazione politica non produce un’amalgama sociale che schiaccia le soggettività, ma uno spazio che rende possibile la costruzione della comunità quale luogo di fioritura umana. Ogni società che sia realmente comunitaria vive infatti della capacità dei suoi membri di percepirsi legati da un destino comune e da una responsabilità condivisa: quando tale capacità si dissolve, la convivenza si frammenta in una pluralità di monadi incapaci di riconoscersi reciprocamente.
Vi è un ulteriore aspetto che rende l’immaginazione una virtù politica importantissima: il suo rapporto costitutivo con il futuro. Immaginare significa senz’altro aprire possibilità inedite, sottrarsi alla rigidità di modelli precostituiti e alla tirannia dell’ovvio. Ogni reale trasformazione storica nasce da una forma di immaginazione che osa pensare il mondo diversamente da come appare nel presente. L’immaginazione genera alternative, dischiude scenari nuovi, consente di elaborare soluzioni non ancora codificate e ciò vale in ambito politico, ma anche educativo, economico, tecnologico e culturale. Immaginare eticamente significa domandarsi non soltanto che cosa sia possibile fare, ma soprattutto che cosa sia giusto creare. In un’epoca dominata dalla potenza tecnica, la vera questione non concerne più soltanto la fattibilità delle azioni, bensì il loro senso umano. Una civiltà capace di produrre strumenti sempre più sofisticati, ma incapace di immaginare fini condivisi, rischia inevitabilmente di implodere su se stessa: per questo motivo, l’immaginazione costituisce oggi non soltanto una virtù politica fondamentale e, in qualche modo, un diritto, ma persino un dovere civile. Diritto e dovere si richiamano reciprocamente entro una medesima struttura relazionale. Il diritto è, in sé, apertura all’altro e responsabilità condivisa; il dovere, a sua volta, custodisce la dignità della persona e rende possibile la convivenza. È per tale ragione che una società orientata al bene comune richiede criteri di equità, solidarietà, partecipazione e trasparenza: senza simili condizioni, tanto i diritti quanto i doveri degenerano in strumenti di dominio o di conflitto. Senza libertà non può esistere alcuna legge veramente giusta; ma, nello stesso tempo, la libertà prende coscienza di sé soltanto nel confronto con una legge ad essa estrinseca, capace di orientarla moralmente. La libertà è capace di legge e la legge è capace di libertà: è sostanzialmente in questa circolarità (ermeneutica) che si radica la possibilità di una vita comunitaria che sia veramente tale. L’immaginazione, allora, appare come la facoltà che consente di tenere insieme queste polarità senza irrigidirle in opposizioni sterili. Essa permette di cogliere connessioni invisibili, di intuire possibilità latenti e di elaborare significati nuovi laddove il pensiero puramente tecnico vede soltanto dati da amministrare. Per questo si può dire che una civiltà che rinunci all’immaginazione finisce inevitabilmente per impoverire anche la propria vita morale e politica: dove non c’è capacità di immaginare l’altro, il futuro e il bene comune, si affermano il cinismo, la chiusura miope e la politica – ridotta a gestione superficiale dell’esistente – mina alla base i presupposti per una speranza condivisa.
NOTE
1 Cfr. H. Arendt, Teorie del giudizio politico. Lezioni sulla filosofia politica di Kant, Il Melangolo, Genova 1990, p. 105.
2 L. Raberi, Scoprire l’altro. Nuove prospettive del dialogo, Paoline, Alba 1975, p. 20.


L’immaginazione come elemento centrale e non periferico dell’azione umana, come qsa di non estraneo a noi, peggio inventato e del tutto superfluo, risulta per me l’elemento centrale di questa puntata di Passione e Linguaggi!
Un pensiero senza regole fisse (prefissate)in grado di associare in libertà i dati dell’esperienza sensibile.
Ciò che dovrebbe essere il sale del nostro sapere, il fondamento del nostro modo di muoverci entro l’arcipelago di nozioni o conoscenze più o meno articolate.
In questo senso l’i. Da non confondere con la mera invenzione (fantasia, nuvole di pensieri in liberta),rappresenta la capacità trasfigurazione come ampliamento dell’orizzonte conoscitivo e comunicativo, per aprirsi all’esperienza dell’altro-da-me.
Ben altro l’i. E’ dall’immaginismo,come tendenza a usare molte-troppe metafore o immagini (supposte) o dallo immaginoso, che attiene la sfera dell’immaginario!
Immaginazione a questo punto non e’ solo una figura retorica che rappresenta un oggetto con espressione viva ed efficace. E’ qualcosa di reale, o che attinge al reale, ma visto fuori o a prescindere dal suo appiattimento in una visione troppo realistica, ossia fattuale.
La I., situazioni tra fantasia e libera associazione dei dati sensibili, delinea una facoltà che sta aldilà della libera associazione di dati esperienziali, ma aldi qua della mera invenzione. A contatto con lo immaginario, ma che si rifiuta di confluire nello apparato illusorio.
La facoltà immaginativa equivale alla fantasia tout court o alla inventiva? Direi proprio di no, semmai alla facoltà di prospettazione: un guardare avanti o oltre, un prefigurare una o diverse soluzioni al nostro enigma esistenziale, un anticipare la soluzione dei nostri problemi, ma senza fuggire per la tangente.
In questo senso acquista un significato anche il rapporto col NOI e col FUTURO mma poi anche con l’altro grande dilemma esistenziale della alterità come fattore costitutivo e non limitante o limitativo del nostro Essere…ma qui il discorso va oltre il termine -immaginazione-attingendo la sostanza del nostro essere. Il Dasein…