Non è accaduto improvvisamente, né sarebbe corretto descriverlo ricorrendo alla consueta retorica nostalgica secondo cui le nuove generazioni sarebbero meno preparate, meno colte o meno responsabili di quelle che le hanno precedute. La trasformazione alla quale stiamo assistendo è più sottile e, proprio per questo, più difficile da riconoscere perché non riguarda tanto la quantità delle conoscenze disponibili, che non è mai stata tanto ampia e immediatamente accessibile, quanto la qualità dei processi psicologici attraverso cui tali conoscenze vengono selezionate, elaborate e integrate in una rappresentazione coerente del mondo.
Possiamo reperire quasi ogni informazione in pochi istanti, ma sembriamo sempre meno disposti a sostare dentro una domanda; possiamo accedere a biblioteche virtualmente illimitate, ma fatichiamo a distinguere ciò che è rilevante da ciò che è soltanto visibile; possiamo comunicare continuamente, pur disponendo di spazi sempre più esigui nei quali trasformare la comunicazione in dialogo, l’informazione in conoscenza e la conoscenza in pensiero.
È forse questa la povertà più insidiosa del nostro tempo, una povertà che non compare negli indicatori economici e che non coincide necessariamente con l’ignoranza, poiché può manifestarsi anche in individui istruiti, competenti e costantemente informati. Emerge quando la mente perde progressivamente la capacità di gerarchizzare le informazioni, di tollerare l’incertezza, di mettere in discussione le proprie convinzioni e di rappresentare la realtà senza ridurla immediatamente a categorie semplici, antagonismi rassicuranti o spiegazioni univoche.
Lev Vygotskij aveva mostrato come le funzioni psicologiche superiori non si sviluppino nel vuoto, ma siano mediate dal linguaggio, dalle relazioni e dagli strumenti culturali che una comunità mette a disposizione dell’individuo. Il pensiero, in questa prospettiva, non precede semplicemente la parola, si struttura attraverso di essa. Quando il linguaggio si impoverisce, quando perde sfumature, nessi logici e capacità di denominare l’ambivalenza, non si riduce soltanto il patrimonio espressivo del soggetto; si restringe lo spazio mentale entro il quale egli può organizzare l’esperienza.
Anche Jerome Bruner attribuiva all’educazione una funzione ben più radicale della trasmissione di nozioni, considerandola il processo attraverso cui l’essere umano apprende a costruire significati, a interpretare l’esperienza e a collocare la propria storia entro sistemi simbolici condivisi. Educare, pertanto, non significa riempire una mente di contenuti, bensì dotarla delle strutture necessarie affinché possa interrogare quei contenuti, stabilire connessioni, formulare ipotesi e accettare che la realtà ecceda sempre le spiegazioni che tentiamo di attribuirle.
Il pensiero complesso, infatti, non costituisce una funzione spontanea né una dotazione definitivamente acquisita. Jean Piaget aveva descritto lo sviluppo cognitivo come un progressivo superamento dell’egocentrismo intellettuale, attraverso il quale il soggetto diviene capace di decentrarsi, coordinare prospettive differenti e riconoscere che il proprio punto di vista non coincide con la totalità del reale. Tale conquista, tuttavia, non può essere considerata irreversibile perché sotto la pressione della paura, dell’incertezza o del bisogno identitario, anche una mente adulta può regredire verso modalità di funzionamento più rigide, dicotomiche e scarsamente riflessive.
La psicologia cognitiva di Daniel Kahneman ha chiarito perché questa regressione risulti tanto frequente. Il cervello umano, lungi dall’essere naturalmente orientato alla ricerca paziente della verità, tende a economizzare le proprie risorse attraverso euristiche, generalizzazioni e giudizi immediati. Il ragionamento analitico, capace di sospendere la risposta automatica e verificare criticamente le prime impressioni, richiede tempo, attenzione e un significativo investimento energetico. Il problema, dunque, non consiste nel fatto che la mente utilizzi scorciatoie cognitive, indispensabili alla vita quotidiana, bensì nel fatto che ambienti culturali dominati dalla rapidità, dalla continua stimolazione emotiva e dalla frammentazione dell’attenzione finiscano per trasformare tali scorciatoie nella modalità prevalente di interpretazione della realtà.
Il pensiero critico non viene sottratto all’individuo da un’autorità esterna, più frequentemente, si atrofizza per mancanza di esercizio. Si indebolisce quando ogni contenuto deve essere immediato, quando la difficoltà viene confusa con l’inutilità, quando il dubbio viene interpretato come indecisione e quando il sapere non è più ricercato per modificare la propria visione del mondo, ma per confermarla. In questo senso, la cultura perde la propria funzione trasformativa e diviene un dispositivo narcisistico, attraverso il quale l’individuo non incontra ciò che gli è estraneo, ma seleziona esclusivamente ciò che rafforza l’immagine che possiede di sé e del gruppo al quale appartiene.
Peter Fonagy ha definito mentalizzazione la capacità di rappresentare se stessi e gli altri come soggetti dotati di stati mentali autonomi, opachi e non immediatamente conoscibili. Mentalizzare significa accettare che il comportamento umano possa derivare da intenzioni, paure, desideri e conflitti che non coincidono necessariamente con quelli che siamo inclini ad attribuirgli. Quando questa funzione si indebolisce, l’altro cessa di essere una mente da comprendere e diviene un’identità da classificare; la curiosità lascia il posto alla certezza, l’interpretazione alla sentenza e la persona alla categoria.
È precisamente su questa fragilità che agiscono molte narrazioni pubbliche contemporanee, la cui efficacia non dipende soltanto dalla veridicità delle affermazioni formulate, ma dalla loro capacità di alleviare la fatica cognitiva della complessità. Esse trasformano fenomeni storici, economici e sociali multifattoriali in vicende lineari, identificano cause univoche, costruiscono antagonisti riconoscibili e delimitano con chiarezza il confine tra chi appartiene e chi deve essere percepito come estraneo. Prima ancora di persuadere, rassicurano; prima ancora di spiegare, contengono l’angoscia prodotta da una realtà frammentata e difficilmente governabile.
Melanie Klein aveva individuato nella scissione una modalità primaria attraverso cui la mente separa rigidamente ciò che è buono da ciò che è cattivo, espellendo l’ambivalenza che non riesce ancora a integrare. Wilfred Bion, osservando il funzionamento dei gruppi, mostrò a sua volta come una collettività esposta all’incertezza possa rinunciare al pensiero riflessivo e organizzarsi attorno a bisogni emotivi elementaricome l’attesa di una guida salvifica, la costruzione di un nemico comune, l’illusione che una risposta semplice possa eliminare contraddizioni strutturalmente insolubili e quando ciò avviene, il gruppo non elabora più l’esperienza ma reagisce ad essa.
Erich Fromm aveva già compreso che l’essere umano non teme soltanto l’oppressione, ma può temere anche la libertà, poiché essere liberi significa assumere la responsabilità di scegliere, accettare l’incertezza e rinunciare alla protezione offerta dalle verità assolute. Ogni narrazione che prometta di ricondurre il disordine entro categorie nette esercita pertanto una funzione psicologica potente, non libera l’individuo dalla complessità della realtà, ma dalla responsabilità di doverla pensare.
La conseguenza più grave di questo processo emerge quando la semplificazione cognitiva investe la rappresentazione dell’altro. Henri Tajfel dimostrò che anche distinzioni arbitrarie sono sufficienti a generare favoritismi verso il proprio gruppo e discriminazioni nei confronti di quello esterno, mentre Nick Haslam ha descritto le forme attraverso cui determinati individui o gruppi vengono privati, almeno simbolicamente, di caratteristiche considerate propriamente umane. Albert Bandura ha inoltre mostrato come il disimpegno morale consenta alle persone di compiere o tollerare azioni lesive senza percepirsi come moralmente incoerenti, soprattutto quando le conseguenze vengono minimizzate, la responsabilità viene diffusa e la vittima viene progressivamente spogliata della propria individualità.
La disumanizzazione, pertanto, non inizia necessariamente con la violenza e neppure con l’odio dichiarato. Inizia nel linguaggio, quando una biografia viene sostituita da un’etichetta, una persona da un’appartenenza e una coscienza irripetibile da una definizione collettiva. L’empatia non scompare ma restringe il proprio campo di applicazione, diventando selettiva e riservandosi soltanto a coloro che vengono riconosciuti come appartenenti al perimetro morale del “noi”.
È in questo punto che l’impoverimento educativo cessa di essere una questione esclusivamente scolastica e rivela la propria natura politica nel senso più alto, ma non partitico, del termine. La democrazia non coincide soltanto con un sistema di leggi, istituzioni ed elezioni; presuppone una specifica maturità psicologica, fondata sulla capacità di tollerare che l’altro continui a possedere la medesima dignità anche quando sostiene idee che riteniamo radicalmente errate, di distinguere il valore della persona dal valore delle sue convinzioni e di abitare il conflitto senza trasformarlo in una lotta per l’annientamento simbolico dell’avversario.
Hannah Arendt individuava nel pensiero un dialogo silenzioso dell’individuo con se stesso, attraverso il quale l’automatismo viene interrotto e il giudizio viene sottratto all’immediatezza della reazione. Pensare significa introdurre una distanza tra lo stimolo e la risposta, tra ciò che sentiamo e ciò che scegliamo di fare, tra l’appartenenza a un gruppo e la responsabilità personale. Una società che perde tale distanza può rimanere formalmente democratica e, nello stesso tempo, indebolire progressivamente le condizioni psicologiche che rendono la democrazia concretamente abitabile.
Il declino, allora, non comincia necessariamente quando le istituzioni vengono abolite, ma quando il dubbio viene considerato una debolezza, la competenza una forma di arroganza, la complessità un espediente per non decidere e l’altro un ostacolo da neutralizzare anziché una mente con cui confrontarsi. Comincia quando la ricerca della verità viene sostituita dalla ricerca di conferme, quando l’identità conta più dell’evidenza e quando la velocità della presa di posizione diviene più importante della qualità dell’argomentazione.
Forse abbiamo commesso un errore nel ritenere che l’educazione servisse principalmente a formare individui efficienti, competitivi e adeguatamente preparati per il mercato del lavoro. La sua funzione più profonda consiste invece nel costruire esseri umani capaci di resistere alla seduzione delle spiegazioni totali, di sostenere l’ambivalenza senza precipitare nella scissione e di riconoscere nell’altro una coscienza da comprendere prima che una categoria da giudicare.
La civiltà, del resto, non è una condizione raggiunta una volta per tutte, né una proprietà stabile delle società tecnologicamente avanzate. È un equilibrio psicologico e culturale fragile, che deve essere ricostruito da ogni generazione attraverso il linguaggio, l’educazione, la memoria storica, la letteratura, la scienza e l’incontro con ciò che contraddice le nostre convinzioni.
La domanda decisiva, pertanto, non è se stiamo formando persone sufficientemente competenti, né se saremo capaci di costruire una società sempre più rapida, produttiva e tecnologicamente evoluta.
La domanda, decisamente più radicale, è se stiamo ancora educando esseri umani capaci di sostenere il peso della libertà, che è sempre anche il peso del dubbio, della responsabilità e della complessità, oppure se stiamo progressivamente addestrando menti estremamente efficienti nell’elaborare informazioni, ma sempre meno disponibili a compiere l’atto psicologicamente più faticoso e politicamente più necessario: pensare prima di aderire, comprendere prima di classificare, riconoscere l’altro prima di giudicarlo.
Perché il futuro delle democrazie potrebbe non dipendere soltanto dalla velocità con cui saremo capaci di innovare, ma dalla lentezza, sempre più rara e tuttavia insostituibile, con cui sapremo ancora fermarci, dubitare e pensare.
Quando smettiamo di pensare

