Quando è stato proposto il tema del passaggio, mi sono interrogato subito su quale fosse stato, per me, il rito di passaggio che mi aveva portato all’età adulta.
Immediatamente mi è venuto in mente il giorno in cui ho ricevuto la fatidica “cartolina rosa”, quella che mi convocava per svolgere il servizio di leva obbligatorio.
Data la mia età, sono probabilmente uno degli ultimi a ricordare direttamente questo particolare rito di passaggio, che per molti ragazzi della mia generazione rappresentava una sorta di confine tra due fasi della vita.
Ricordo quel periodo soprattutto come un passaggio dalla dipendenza dalla famiglia all’indipendenza dell’individuo. Fino a quel momento vivevo all’interno della protezione familiare, dove molte delle necessità quotidiane venivano soddisfatte quasi naturalmente, senza che fosse necessario che io me ne occupassi direttamente. Con la partenza per il servizio militare, mi trovavo invece davanti al primo vero banco di prova in cui dovevo imparare a farcela con i miei mezzi, all’interno di un ambiente che era sì ancora in qualche modo protetto, ma molto diverso da quello a cui ero abituato.
In quei dieci mesi si concentravano tantissime “prime volte” come la prima vera lontananza da casa, la convivenza con persone sconosciute, il confronto con regole e abitudini diverse, la necessità di arrangiarsi e, soprattutto, quella sensazione di dover affrontare situazioni che fino a poco prima non avevo minimamente preso in considerazione.
Ricordo episodi di nonnismo, che allora sono stati vissuti con fastidio, paura o anche rabbia, dai quali ho imparato cosa significa l’ingiustizia e come non voglio più sentirmi o far sentire nessun altro.
Allo stesso tempo ricordo anche momenti di confronto e di divergenza di idee che spesso finivano per creare legami e grandi amicizie.
La paura dell’ignoto era racchiusa in un periodo relativamente breve, quei dieci mesi che sembravano lunghissimi quando li si viveva e che invece, guardandoli oggi, appaiono come una parentesi intensa e importante della propria crescita.
Il fine per il quale era stato pensato questo allontanamento da casa può essere opinabile e sicuramente oggi lo guardiamo con occhi diversi. Tuttavia, credo che la crescita che apportava alla maggior parte delle persone non si sarebbe verificata nello stesso modo se quei ragazzi fossero semplicemente rimasti a casa.
La convivenza forzosa e la conoscenza di persone con storie, abitudini e modi di vivere diversi dal proprio erano, in qualche modo, passaggi obbligati per crescere. Era necessario confrontarsi con ciò che era diverso, uscire dal proprio piccolo mondo e capire che al di fuori della propria famiglia e del proprio gruppo di amici esistevano enormi differenze, ma anche tante possibilità di incontro e di condivisione.
Forse è proprio questo che mi rimane maggiormente di quel periodo, ovvero la consapevolezza che per crescere, spesso, è necessario essere costretti a uscire dalla condizione nella quale ci sentiamo al sicuro.
Pertanto, le trasformazioni avvengono sempre attraverso un agente esterno e, anche quando questo avviene con fastidio, fatica o dolore, ci permette di passare da uno stato a un altro. Pensiamo all’acqua, che in natura si trova normalmente allo stato liquido; se applichiamo un agente esterno, il calore, anche se l’acqua certamente non lo ha scelto e non lo voleva, si trasforma in vapore. Cambia il proprio stato, cambia il suo posto nel mondo e, proprio grazie a quella trasformazione, può salire molto più in alto rispetto al lago nel quale prima si trovava, magari ferma, stagnante, apparentemente immobile. Forse anche noi siamo un po’ così. Alcuni passaggi della vita non li scegliamo, a volte li subiamo e li viviamo con fatica, ma sono proprio quegli agenti esterni a costringerci a cambiare stato e, qualche volta, a permetterci di andare più in alto di quanto avremmo mai immaginato.
La cartolina rosa

