“C’è spazio abbastanza per tutti” Orizzonte estetico e chiusura integralista

Autore

Salvatore Tedesco
Salvatore Tedesco è docente di Estetica e Teoria dei linguaggi presso l'Università degli Studi di Palermo

…il divenire di quell’attesa, di quell’anticipazione estetica del senso, da cui di fatto il pensiero integralista è abissalmente lontano

Raums genug ist für alle, scrive il giovane Hölderlin (All’Etere) – C’è spazio abbastanza per tutti. A nessuno è tracciato un sentiero/ E nella casa si muovono liberi i piccoli e i grandi.

La libertà della mente estetica non è stata forse mai rappresentata con altrettanta precisione, né forse mai la felicità del piacere estetico nel suo puro scaturire (ancora Hölderlin) si è mostrata in modo altrettanto netto come uno spazio, un terreno da coltivare, un dialogo da proseguire – fra il cielo e la terra, il padre Etere, le creature volanti e gli umani, i piccoli e i grandi.

La possibilità del pensiero estetico si affaccia nel momento in cui si riconosce che l’essere umano vive in un mondo in cui è giusto la sua costituzione sensibile a guidarlo a operare scelte, a riconoscere priorità, a costruire percorsi argomentativi; perché i sensi dell’organismo vivente non sono solo strumenti di misurazione, ma ben prima ci dicono della qualità di ciò che ci viene incontro, ci presentano il mondo come amabile, aperto, o pericoloso e ingannevole, oscuro: promessa o minaccia, e ci pongono un compito e ci invitano a muoverci e ci interrogano sul senso dei fenomeni e sul nostro aprirci o chiuderci o sperare o trovarci spaesati di fronte ad essi.

Il mondo si presenta all’attenzione estetica come valore e attesa.

Lo spazio di cui dice Hölderlin è spazio concreto, vissuto, ed è spazio disponibile ad accogliere tutti, casa in cui muoversi liberi, proprio perché nel suo essere concreto, non è affatto una quantità, una misura geometrica. Lo spazio estetico è puro valore, pura normatività della nostra sensibilità immersa nel mondo, se vogliamo dire così, ma proprio in quanto valore, in quanto norma, è liberante ed è punto d’origine di una convivenza possibile.

Jacques Rancière ha parlato una volta della comunità estetica come comunità senza legittimità, cioè comunità che senza bisogno di una legittimazione esterna trova formulazione nel giudizio di gusto, nel suo stesso costituirsi e mettersi in gioco nell’atto estetico, ogni volta di nuovo e pienamente esponendosi.

Nel sentimento di piacere in cui si manifesta la nostra esperienza estetica dei fenomeni del mondo c’è sempre un aspetto progettuale – Stendhal dirà una promessa di felicità – che è sempre anticipazione: anticipazione e attesa che nell’esperienza che si sta compiendo si realizzi un senso che parla al nostro vivere intero; anticipazione di un incontro e di una comunità a venire che proprio in quell’esperienza, in quell’attesa si riconosce; anticipazione e rinvenimento, persino, di una facoltà, di una capacità nuova che fa le sue prove generali proprio in quella singola esclamazione di sorpresa, proprio nel piacere per quella parola attesa che arriva, per quell’accordo di colori, per quella tensione sonora che percorre lo spazio.

Lo spazio estetico, nella promessa cui s’impegna e dunque nel suo mettersi a rischio in ogni singolo atto e vissuto estetico, è inclusivo in quanto a venire, in quanto casa, spazio familiare ed emozionale in cui circolano le correnti della vita; proprio in quanto anticipazione e progetto la mente estetica è il contravveleno di ogni chiusura integralista che attraversa con la sua mortifera fascinazione la nostra epoca.

Anche e specificamente nel suo proiettarsi in istituzione, in comunità, l’integralismo è tale in quanto spazio escludente, in quanto reiterazione di un “segno di riconoscimento”, di un’immagine/idolo sempre immanente a quella stessa comunità, per quanto possa essere presentato come massimamente trascendente.

Da ciò forse l’altra e più insidiosa caratteristica della chiusura integralista, nella quale a conti fatti la veloce obsolescenza delle immagini e delle parole d’ordine lascia, per un verso, che esse sopravvivano e ritornino spettralmente, e però per l’altro verso introduce un incessante rinnovarsi e variarsi delle forme di esclusione “fondative” dello stesso spazio integralista, quasi a mimare in modo infero con la successione di queste meccaniche il divenire di quell’attesa, di quell’anticipazione estetica del senso, da cui di fatto il pensiero integralista è abissalmente lontano.

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