Umiliazione, strumento di potere

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Gianpaolo Carbonetto
Gianpaolo Carbonetto è giornalista e responsabile di programmi culturali e di formazione, studioso dei fenomeni più rilevanti della cultura e della democrazia.

Quando si sente qualcuno, specie se in posizione di rilievo, affermare una sciocchezza sesquipedale è buona regola non seguire l’istinto di riderci sopra e dimenticarsene: bisognerebbe, invece, cercar di capire se quella frase nasconde ignoranza, genialità sorprendente, o qualche secondo fine.

Prendiamo, per esempio, la frase pronunciata dal ministro dell’Istruzione e del merito, Giuseppe Valditara, che ha sostenuto come e qualmente l’umiliazione sia «un fattore fondamentale nella crescita della personalità». Se il reggitore del dicastero più importante per il futuro del nostro Paese fosse un ignorante potrebbe non conoscere la differenza profonda che corre tra umiltà e umiliazione, ma questo appare impossibile. Natale è passato da poco e, se pensate all’“Adeste fideles”, vedete che i pastori sono dipinti in due versi: «Ex, grege relicto, humiles ad cunas, vocati pastores adproperant», «Lasciato il gregge, gli umili pastori si affrettano chiamati verso la culla». E gli “humiles” non sono giù di corda anche perché sicuramente non possono conoscere l’aforisma coniato da Julien Green: «Non potendo fare di noi degli umili, Dio fa di noi degli umiliati».

Sta di fatto che, umili e umiliati hanno la medesima radice etimologica (derivano da “humus”, terra: sentirsi abbassati fino a terra), ma sono profondamente diversi perché la prima parola ha un significato positivo, mentre la seconda è decisamente negativa. Se, infatti, voler essere umili è una presa di coscienza dei propri limiti, essere umiliati corrisponde a una costrizione da parte di altri. La lingua latina, attenta e precisa anche nelle sfumature, infatti, definisce questi due stati in maniera diversa: “umiltà” è “humilitas”, mentre “umiliazione” corrisponde a “offensio”, o “notatio”, o “indignitas”

Visto che Valditara, oltre che ministro, è anche ordinario di Diritto privato e pubblico romano all’Università di Torino, è da escludere che non conosca queste sfumature che poi, con il passare dei secoli, l’italiano ha affievolito fin quasi a farle superficialmente scomparire. Quindi l’ipotesi di ignoranza è da escludere.

Ancor più difficile da accettare è l’idea di una possibile genialità. L’umiliazione, infatti, è l’emozione che si prova quando si sente che il proprio status è considerevolmente ridotto rispetto a quello di altri, a seguito di proprie gravi mancanze, vere o presunte che siano: un’emozione che non può non portare alla mortificazione che ugualmente definisce uno stato di penosa vergogna perché corrisponde alla cancellazione della propria considerazione di sé, del proprio orgoglio. E c’è davvero ben poco di geniale nell’ipotizzare che la reazione a un’umiliazione possa discostarsi troppo da un moto di violenza verso sé stessi, o verso chi questa umiliazione ha inflitto. Storia e cronaca lo dimostrano abbondantemente.

Resta l’ultima ipotesi, quella da considerare più attentamente anche perché è la più pericolosa: il secondo fine nascosto, che è probabilmente il distinguo più evidente tra la politica intesa come emancipazione generale della polis e quella che, invece, cerca maggiore potere per sé o per il proprio gruppo, anche cercando di rendere non soltanto apparentemente normale, ma addirittura utile l’umiliazione che, nel passaggio dalla mortificazione singola e quella collettiva, si evolve in uno strumento politico di straordinaria efficacia e crudeltà. Per dare un esempio, la mente corre a come sono stati trattati gli ebrei nel corso dei secoli, ma la storia è ricchissima di esempi in cui il concetto che la durezza sia il metodo più efficace per correggere gli altrui comportamenti è facilmente trascolorato in un sistema che è servito soltanto a punire, o sterminare, senza presupporre neppure lontanamente alcun tipo di miglioramento.

Per capirci meglio merita richiamarsi a una prefazione scritta da Fernando Savater su un libro di Maurice Joly che immagina un dialogo tra Machiavelli e Montesquieu che avviene nell’Aldilà intorno al 1860, proprio negli anni in cui Marx sta elaborando la sua dottrina sociale. Ovviamente il fiorentino incarna la passione per il potere, mentre il barone francese rappresenta la tensione egualitaria e antiassolutista del secolo dei Lumi. In breve, ne esce la convinzione che le leggi dell’economia abbiano occultato, più che rivelato, gli autentici meccanismi del potere politico. Machiavelli sostiene che il potere debba tenere in soggezione i sottoposti per garantirsi una stabilità con la forza, o con l’umiliazione, mentre Montesquieu ribatte che le istituzioni politiche devono essere frutto non della forza, ma delle virtù e aggiunge che il principe non può comportarsi impunemente con i suoi sudditi in modo indegno o brutale perché, trattando gli uomini come bestie, li si renderà tali e l’ordine sociale, qualsiasi esso sia, non resisterà all’attacco di una ferocia generalizzata che nasce come risposta a dichiarate operazioni di distruzione della dignità altrui.

Il dialogo poi prosegue proprio nel dibattere se sia lecito, o meno, giustificare le proprie azioni di falsificazione della realtà, e quindi di umiliazione altrui, per mantenere vivo un qualsiasi sistema sociale, anche quello apparentemente più virtuoso. Non per nulla Savater intitola il suo saggio “La distruzione democratica della democrazia”

Insomma: davanti a una frase palesemente falsa non bisogna sorridere e dimenticarsene. Anzi: è necessario impegnarsi ancora di più in quanto con ogni probabilità non di uno stimolo all’emancipazione si tratta, ma di un tentativo di ulteriore sottomissione, di desiderio di trasformare nuovamente i cittadini in sudditi. 

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