Questioni sulla guerra per Vittorio Emanuele Parsi

Autore

Vittorio Emanuele Parsi
Si laurea in scienze politiche presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore nel 1986. È professore ordinario di relazioni internazionali presso la facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove insegna anche "Studi strategici" ed è docente presso la facoltà di economia all'Università della Svizzera italiana (USI) a Lugano. È direttore dell'Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali (ASERI) dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Fa parte del Gruppo di riflessione e indirizzo strategico del Ministero degli affari esteri. È inoltre membro fondatore della Società per lo studio della democrazia (SSD) e insegna presso la scuola di formazione della Presidenza del Consiglio dei ministri. Ha insegnato all'Università reale di Phnom Penh in Cambogia, alla Kazakhstan Law Academy di Alma Ata in Kazakistan, all'Università statale di Novosibirsk in Russia e alla Université Saint-Joseph di Beirut in Libano. Dal 2002 al 2013 è stato professore a contratto nella facoltà di economia dell'Università della Svizzera italiana. Dal 2005 dirige il master in economia e politiche internazionali, creato da una collaborazione tra l'ASERI e l'Università della Svizzera italiana. Già editorialista dei quotidiani La Stampa (dal 2008 al 2012), Avvenire (dal 1999), Il Sole 24 Ore (2013), attualmente collabora con il Messaggero. Scrive su Filosofia politica, Affari internazionali, La comunità internazionale, Paradoxa, Aspenia, Biblioteca della libertà, Oasis e Vita e Pensiero. È membro del consiglio consultivo del Center for Diplomacy and Strategy alla London School of Economics (LSE IDEAS) e socio della Società italiana di scienza politica (SISP). Fa parte del Comitato scientifico di Confindustria, ed è membro della Fondazione Italia USA. È ufficiale della riserva selezionata della Marina Militare con il grado di Capitano di Fregata. Ha partecipato all'operazione Mare Sicuro a bordo della Fregata Bergamini (2016 e 2021) e ha prestato servizio presso il quartier generale di UNIFIL a Naqoura (2015 e 2016). Ha ricevuto la "UN Peacekeeping Medal" e la "Croce Commemorativa per operazioni di Pace" in Libano (2015 e 2016). I suoi ambiti di ricerca riguardano principalmente le relazioni transatlantiche, le politiche di sicurezza in Medio Oriente e nel Mediterraneo e il rapporto tra politica ed economia nelle trasformazioni del sistema globale. Ha un passato sportivo che si è concluso nel Rugby Monza come terza linea nella squadra degli Old.

[Dialogo con Ugo Morelli]

Considerando la storia e questo nostro difficile presente, attraversato da guerre vicine e lontane, possiamo considerare la guerra una malattia della civiltà?

Beh, direi che soprattutto nell’ambito della civiltà occidentale la guerra ha una tradizione che affonda nella notte dei tempi. L’Iliade, il poema fondativo della civiltà classica, narra di una guerra lunga e spietata. L’Europa è il continente più bellogeno di tutti, la storia europea è costellata di guerre e il fenomeno si è rafforzato con la costruzione dello Stato moderno tra il 1300 e il 1600. Lo Stato ha costituito la risposta efficace al problema della guerra civile, accentrando le risorse di violenza e di lealtà politica. Una risposta talmente di successo da aver fatto sì che nelle mani dei singoli Stati europei si è accumulata una quantità di risorse eccedentarie allo scopo di mantenere la pace interna. E così, gli Stati hanno reagito cercando di ampliare con la forza l’area della validità delle proprie leggi e del proprio comando politico. Si sono combattuti tra loro, ferocemente e senza requie, per secoli, così specializzandosi nelle loro capacità belliche e annichilendo tutte le formazioni politiche diverse che incontravano nel corso della loro espansione extraeuropea. 

Il diritto ha cercato di limitare questo continuo ricorso alla violenza, ma è stata solo la trasformazione liberale dell’Occidente e la leadership di una grande potenza democratica come gli USA a cambiare le cose, e a bandire la guerra nelle relazioni reciproche tra le democrazie. Un fatto politico enorme, che ha trasformato la natura dell’Occidente, oggi caratterizzato dalla condivisione di istituzioni politiche democratico-rappresentative, da economie di mercato competitive e da società aperte. I sistemi autoritari e totalitari e anche i nuovi dispotismi non hanno conosciuto questa trasformazione, ovviamente, e, come la tragedia ucraina testimonia, continuano a considerare la guerra uno strumento ordinario per modificare uno status quo ritenuto insoddisfacente, per ingrandire il proprio dominio, per regolare i rapporti con gli Stati vicini.

Quale rapporto ritieni esista tra aggressività umana e distruttività?

L’insicurezza, reale o percepita, genera risposte aggressive. Ma la guerra è un fenomeno sociale, non una patologia psicologica. Occorre creare le strutture istituzionali affinché la sicurezza venga garantita senza la necessità di dover ricorrere alla guerra per difendersi. Resta comunque il problema popperiano della tolleranza verso gli intolleranti. E la risposta fornita alla domanda da Karl Popper rimane l’unica razionale e possibile. Finché ci saranno autocrati e tiranni, capaci di scatenare guerre di aggressione per i loro scopi politici, dovremo essere in grado di difenderci e proteggere quelle istituzioni che, sole, possono garantire la pace. La pace democratica è una conquista reale, che ha consentito a tedeschi e francesi – per fare un esempio – non solo di smettere di combattersi, ma persino di potersi pensare nemici e minacciosi gli uni per gli altri. Ma con chi non aderisce a tale progetto e, anzi, sostiene addirittura il tramonto della democrazia e non esita a scegliere la via della guerra, resta sempre valida la classica sentenza: “si vis pacem, para bellum”.

In alcuni studi abbiamo cercato di sostenere, nel corso del tempo, che la ricerca della buona elaborazione del conflitto avrebbe potuto e potrebbe aiutare a prevenire la guerra. Che cosa impedisce l’affermazione di una cultura del conflitto e del confronto, causando le degenerazioni antagonistiche?

È una questione di scelte politiche e di cultura politica. Le scelte sono quelle dei leader, la cultura dipende solo in parte da queste scelte, ma scelte violente e aggressive legittimano il ruolo della guerra. Putin non ha creato il revanscismo e la mania di persecuzione russa, come Hitler non creò quelli tedeschi tra le due guerre. Ma entrambi li hanno alimentati, hanno prodotto la sistematica violazione della realtà, in un incubo orwelliano, e hanno legato la loro ascesa politica alla diffusione di queste non verità e di questa cultura della sopraffazione. La svalutazione sistematica della democrazia, inoltre, implica la sconfitta degli ideali non violenti persino all’interno della comunità politica che si vuole governare. Se si legittima la violenza e la sopraffazione all’interno, per mantenere il proprio potere, eliminare gli sfidanti potenziali, piegare ai propri interessi politici ed economici la volontà altrui, si finisce inevitabilmente col pensare che l’uso della violenza all’esterno sia legittimo.

Quale è stato e può essere il ruolo del pensiero non violento, delle esperienze di non violenza, pur così significative, nel creare una cultura del dialogo che cerchi di prevenire la distruttività?

Il rifiuto dell’uso della violenza è implicito nella democrazia. Diverso è il discorso dell’obiezione di coscienza o della non violenza gandhiana. Quest’ultima non è mai prevalsa nei confronti di regimi che non si facessero scrupoli di usare la forza per schiacciare i propri oppositori. La limitazione della guerra è storicamente avvenuta attraverso la diffusione delle istituzioni liberali. Il pensiero illuminista, con la sua matrice razionale, così intimamente connesso al metodo scientifico e alla razionalità è riuscito laddove le religioni rivelate avevano fatto un colossale buco nell’acqua.

Nell’attuale guerra tra la Russia e l’Ucraina, oltre ai costi umani e ambientali e ai rischi di ulteriori escalation, quali pericoli vi sono per l’ordine liberal democratico?

Se la Russia dovesse prevalere, l’ordine internazionale liberale sarebbe a rischio. La debolezza politico-militare europea, l’incapacità occidentale di sostenere i principi cardine dell’ordinamento fornirebbero il segnale che i tempi per un “ordine nuovo”, e terribile, sono maturi. L’alleanza russo-cinese di salderebbe e i dispotismi potrebbero costruire un sistema e delle istituzioni fondate sui loro principi e simili alle loro istituzioni domestiche. Attrarrebbero a sé tutti quei regimi dei Paesi del Sud del mondo che democratici non sono e che nell’Occidente continuano a vedere gli eredi dei loro crudeli dominatori coloniali e non gli artefici di quel mondo diverso inaugurato dopo il 1945, che non per caso è riuscito ad accettare – non senza dolori e resistenze – il processo di decolonizzazione. Il nostro ordine si basa sempre sulla promessa di realizzare “A world safe for democracy”, il loro sulla minaccia di costruire “A world safe for autocracy”. È questa la posta in gioco in Ucraina, oltre al diritto di un popolo a vivere libero e non schiavo.

Quale relazione esiste fra la crisi dei sistemi democratici e il ricorso alla guerra come forma di esercizio del potere?

Credo che il punto sia che negli anni dell’iperglobalizzazione abbiamo trascurato lo stato di salute delle nostre democrazie, abbiamo lasciato crescere l’esclusione e il disagio sociale, consentito il ritorno di livelli inaccettabili di disuguaglianza e perso di vista che senza equità, nessuna democrazia è veramente tale. Questo ha indebolito il sostegno interno alla democrazia e alimentato il consenso per forze politiche populiste e sovraniste. Abbiamo anche tralasciato di prendere le necessarie contromisure di fronte a un fenomeno inquietante. La globalizzazione, concepita per rinforzare e arricchire le società aperte ne ha invece danneggiato le strutture politiche, economiche e sociali e ha avvantaggiato i dispotismi. Ci siamo troppo fidati che la diffusione del capitalismo (sia pur sotto forme diverse) potesse produrre gli stessi effetti pacificanti della diffusione della democrazia. Questi ultimi dodici mesi sono stati quelli del brusco risveglio.  Sta a noi ricordare ai tiranni e a tutti noi che le democrazie sono pacifiche ma non imbelli e che sapranno reagire anche con la forza, se necessario, a minacce che con la forza vengono loro portate.

E tra guerra, distruttività umana e ecologia, quali interdipendenze ritieni evidenziabili?

Se siamo in grado di uccidere i nostri simili per cupidigia di cose e potere, lo saremo anche di distruggere il pianeta. Dobbiamo ricreare le condizioni per uscire nuovamente da uno scenario in cui la guerra di aggressione possa essere una strategia che paghi. La pace può passare solo attraverso la diffusione della democrazia. Ma affinché ciò avvenga la pattuglia delle democrazie esistenti deve sopravvivere. Certo le minacce interne non sono le sole. Anche quelle domestiche sono da non sottovalutare. Pensa al razzismo. Nessuna democrazia può sopravvivere sana al dilagare o alla legittimazione del razzismo, per nessun motivo, neppure per superiori esigenze di sicurezza nazionale. E per quanto riguarda l’ambiente, solo la cooperazione multilaterale può aiutarci a difendere il pianeta. Ma il multilateralismo è lo strumento di lavoro tipico delle democrazie e quindi funziona molto meglio in un mondo guidato dalle democrazie che dai dispotismi.

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