José Saramago, Cecità

Autore

Alessandro Picone
nato ad Avellino 25 anni fa, ha conseguito la laurea magistrale in Filosofia presso l'Università degli Studi di Torino discutendo una tesi in Filosofia della Storia su "Ivan Illich. Un pensatore ai limiti" con relatore Enrico Donaggio. In precedenza aveva conseguito la laurea triennale in Filosofia presso l'Università degli Studi di Firenze con una tesi in Filosofia Teoretica su "L'insondabile profondità: la questione dell'identità personale tra Locke e Leibniz", relatrice Roberta Lanfredini.

«Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo.

 Ciechi che vedono. Ciechi che, pur vedendo, non vedono». 

Il romanzo “Cecità” di Josè Saramago, pubblicato per la prima volta nel 1995 a Lisbona con il titolo “Essaio sobre a cegueira”, ovvero “Saggio sulla cecità”, racconta la storia della singolare propagazione di una “cecità bianca”, con un’altissima capacità di contagio, che colpisce improvvisamente un luogo imprecisato. Il motivo di un avvenimento imprevisto, brusco e repentino, è uno dei caratteri fondamentali che stanno alla base del romanzo: la tranquillità dei protagonisti viene irrimediabilmente violata da un fenomeno esterno che precipita su di loro senza una causa accertata, travolgendo in modo assurdo e inaspettato la normalità delle loro vite.

In seguito all’inaspettata comparsa della malattia, i cittadini dell’ignota città descritta dall’autore portoghese non vogliono credere alla presenza del flagello, evitano di nominarlo, perché farlo significherebbe renderlo reale. Così il direttore sanitario dell’ospedale cerca di minimizzare la situazione affermando che «è ancora troppo presto per trarre conclusioni, […] dobbiamo pur difenderci da pessimismi che possono rivelarsi infondati». Allo stesso modo, la popolazione è restia ad accogliere nell’orizzonte della sua esistenza banalmente ordinaria e sicura la notizia che un morbo dirompente potrebbe distruggere o cambiare profondamente il raggiungimento di uno status quo comodo e stabile. È questo un terribile errore, poiché la cecità si nutre e prospera con l’indifferenza e la negazione di ciò che nella narrazione si sta per compiere.

Come valutare la natura di questa epidemia? Si tratta di una punizione dovuta ai “peccatori” per la loro errata condotta morale? Non è dato saperlo, perché Saramago sembra più interessato ai codici etici che i suoi personaggi sperimentano una volta espulsi dal loro ambiente quotidiano e rinchiusi in isolamento piuttosto che alla loro moralità precedente. Più che indagare le origini del male, il racconto si concentra sulle posizioni e le reazioni dei protagonisti di fronte al male. Ciononostante, più volte l’autore lascia presagire che i protagonisti siano diventati patologicamente ciechi poiché già prima dell’epidemia erano incapaci di osservare e capire le persone che si trovavano loro intorno, rendendo così se stessi punto focale delle proprie esistenze. 

L’immagine della “cecità bianca” sembra infatti richiamare una specifica forma d’indifferenza nei confronti del prossimo, una sorta di rifiuto a guardare e fronteggiare il male che i protagonisti si trovano di fronte, o una radicata indifferenza nei confronti di ciò che li circonda. La cecità diventa così metafora estremamente eloquente della perdita della “capacità di vedere l’altro”, che porta alla disumanizzazione. L’assenza di moralità si presenta subito, sin dalle prime pagine del libro: la brutale trasgressione e la barbarie si affermano attraverso furti, soprusi e la reclusione dei ciechi in un ex manicomio che diventa rapidamente teatro di stupri, violenze e delitti di tutti i tipi. L’autore non designa mai i personaggi con il loro nome, come se la loro soggettività fosse annichilita, proprio a causa di questa cecità che fa loro perdere il contatto con l’umanità dell’altro e di se stessi. Il disconoscimento dell’altro porta a una perversione delle relazioni, dove l’altro è reificato, in modo da evitare qualsiasi tipo di prossimità o somiglianza.

Nel suo discorso per il Premio Nobel nel 1998, Saramago ricorda che l’assenza di empatia, metaforizzata dalla “cecità bianca”, può accecare la ragione umana: confessa di aver scritto “Cecità” «per ricordare a chiunque lo legga che usiamo la nostra ragione in modo perverso quando umiliamo la vita, che la dignità dell’uomo è insultata ogni giorno dai potenti del nostro mondo, che la menzogna universale ha preso il luogo di verità plurali, quell’uomo ha smesso di stimarsi quando ha perso il rispetto che doveva al suo prossimo».

Nel racconto, arriva un momento in cui la disperazione si fa totale e determina la perdita della speranza, della fiducia inconscia e inconsapevole che l’epidemia avrà fine e che si riacquisterà tutto ciò che è stato perduto. Così si dice che «la cecità è anche questo, vivere in un mondo dove non ci sia più speranza». Eppure, una donna, inspiegabilmente, rimane illesa dal contagio e, a differenza degli altri personaggi che hanno cercato di isolarsi per sfuggire all’epidemia, ha scelto di simulare la cecità per condividere le sfide dei ciechi, vivere la loro condizione e accompagnarli a abiezione quando sono ridotti ai peggiori estremi per sopravvivere. Decide di prendersi cura degli altri mettendo un freno agli eccessi barbarici che derivano dalla cecità collettiva. Questa donna, così, personifica nel romanzo la resistenza in un mondo in cui i ciechi non riconoscono più i loro simili, una resistenza senza precedenti al declino di un’umanità guidata da interessi egoistici.

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