Il blocco dello scrittore, ma non solo…

Autore

Emanuela Fellin
Emanuela Fellin, pedagogista clinica, svolge la sua attività professionale, di studio, ricerca e consulenza per lo sviluppo individuale, sia con l’infanzia e l’adolescenza, che con gli adulti. Si occupa di interventi con i gruppi e le organizzazioni per la formazione e lo sviluppo dell’apprendimento e della motivazione. L’impegno di studio e applicazione è rivolto agli interventi nei contesti critici dell’educazione contemporanea, sia istituzionali che scolastici. Le tematiche principali di interesse vertono sui concetti di vivibilità, ambiente, cura e apprendimento. I metodi utilizzati sono quelli propri della ricerca-intervento e della consulenza al ruolo per lo sviluppo individuale e il sostegno alle dinamiche dei gruppi e delle organizzazioni.

Ore 5.00 la sveglia suona come tutte le mattine dal lunedì al venerdì, non sbaglia un colpo, finché non glielo permetto io.

Da quel momento in poi tutto è scandito secondo la più precisa organizzazione che assume dei connotati quasi militareschi. Caffè, doccia, capelli, trucco, passeggiata con il cane che è più una corsa, quasi contro il tempo. Sono già le 6.30, sveglio l’adolescente e parto in macchina in direzione del luogo di lavoro. Anche la strada è un continuo richiamo di attenzione agli altri, ai limiti, ad eventuali ostacoli, all’orologio.

La giornata scorre tra riunioni, colloqui con i collaboratori, colloqui di selezione, momenti di lavoro al pc, e viene sera. Ma non è finita. Lavatrici, lavastoviglie, qualche mail non risposta, qualche stendino da piegare, la cena da preparare, la cucina da riassettare. Finalmente un momento di tempo per me, ma guardo l’orologio e sono già le 00.00. Forse è meglio che vada a riposare, la sveglia domani suona sempre alle 5.00.

Poi arriva il week end, l’aspettativa è un po’ di tempo per sé. Molto spesso non è così, ma ci si prova sempre.

In questo frenetico tempo non rimane lo spazio mentale per poter pensare alla stanza tutta per sé che aveva gridato a gran voce l’autrice dei più importanti romanzi inglesi del Novecento, Virginia Adeline Woolf. Si interroga a lungo sui motivi di questa mancanza, giungendo a una conclusione significativa: «se vuole scrivere romanzi una donna deve avere del denaro e una stanza tutta per sé». La scrittrice ci consegna un’analisi attenta, nonché estremamente attuale, in merito alla costante esclusione operata dalla cultura patriarcale che ha da sempre relegato le donne ai margini del sapere, impedendo loro di accedervi o di contribuirvi in maniera attiva. Questa cultura è la stessa che ha stabilito il dominio maschile in ogni aspetto della vita quotidiana, non consentendo, in ugual misura, alle donne di emergere per i propri talenti. A distanza di molti anni siamo ancora in presenza di situazioni in cui ci si trova ad essere “multi roling”, “multi tasking”, “multi thinking”, ma senza il tempo per godere veramente di ciò che si sta facendo, procedendo pedissequamente per una via che a volte viene colorita di alternative fasulle.

Quale tempo? Quello determinato dalla frenesia di cui ho scritto finora? O quello che, sottotraccia e non senza difficoltà, porto con me nel mio mondo interno?

Che cosa è bloccato? Sono le condizioni di vita e di lavoro o il mio modo di elaborarle?

Forse entrambe, in quanto sono sempre io. 

Allora la questione si amplia. La forma di vita che ci siamo dati favorisce o ostacola l’espressione di sé? E ostacola e favorisce in maniera eguale o diseguale? Ma, soprattutto, la riduzione della via e dell’esperienza a una questione schiacciata sull’individualismo, a quali condizioni dovrebbe trovare l’agio della relazione e dell’ascolto, e da parte di chi?

Ci troviamo di fronte a una prova del fatto che il livello irriducibile e non deterministico del vivere non trova spazio nelle relazioni e finisce per produrre un blocco dello spazio mentale che potrebbe esprimersi per vie generative a condizione che vi sia un’aspettativa di essere almeno in parte ascoltati.

Nell’ultimo numero di Mind, il mensile di psicologia e neuroscienze, viene dedicato il dossier proprio all’argomento della corsa contro il tempo, scritto da Roman Briker e Jan Schwenkenbecher. Gli autori nell’articolo argomentano, anche attraverso dati provenienti da studi fatti in diversi paesi, la situazione difficile che si è creata nel mondo del lavoro e all’interno delle aziende quando stress, scadenze ravvicinate e pressioni portano ad un calo della produttività, della brillantezza dei collaboratori e della possibilità di far emergere le competenze dei dipendenti. Per contro si trovano poi situazioni nelle quali la monotonia e la mancanza di stimoli mettono a rischio il benessere dei lavoratori. Questo processo porta almeno una persona su tre a cambiare lavoro per via della mancanza di stimoli. 

Viene quindi da chiedersi quanto tempo si dedica ad ascoltarsi e a comprendere lo stile di vita adottato, quanto spazio di pensiero all’interno di una giornata si riesca a ricavare per sé stessi e per coltivare relazioni che arricchiscono la mente, lo spirito e il sorriso.

Alzando la testa ci si accorge che la velocità e il ritmo della vita sono, nella maggior parte dei casi, dettati da noi e dal nostro essere inermi di fronte all’accadere delle cose. 

Suona il telefono. Punto, è già finito il mio tempo.

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