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La complessità della scotta

Autore

Aurora Martinelli
Aurora Martinelli, nata nel 1998, dopo gli studi classici ha conseguito una Laurea Triennale in Storia presso l’Università degli Studi di Padova con una tesi dal titolo “La lunga liberazione. La questione della specificità femminile nelle esperienze post Olocausto” con la professoressa Enrica Asquer. Contenta, ma non abbastanza, ha conseguito un'altra laurea in Graphic Design presso la LABA di Rovereto con una tesi di progetto dal titolo "Sfumature. Interazione tra podcast e comunicazione visiva in un progetto di divulgazione storica" col prof. Matteo Carboni. Mossa dal desiderio di unire l'anima storica e quella grafica e lavorare nel campo della comunicazione culturale, attualmente si muove tra Trento, dove collabora con la Fondazione Trentina Alcide De Gasperi e con lo Studio di Davide Dorigatti, e Bologna, dove lavora per Un Altro Studio.

Non è una persona particolarmente tragica o negativa, né tende a dare molto peso alle proprie emozioni. Però di fronte a una pagina bianca che proprio non riesce a riempire diventa una vera drama queen, come si autodefiniscono molte delle sue amiche. Precipita nello sconforto più assoluto, in uno sciacquone di pensieri sulla linea «non sono capace di nulla / ho sbagliato mestiere / anzi ho sbagliato proprio tutto nella vita / ora vendo il PC, mi trasferisco in Germania e lavoro in una gelateria per il resto della vita» che la fanno cadere là dove uno sciacquone fa cadere le cose. Metaforicamente parlando, ovviamente. Si toglie gli occhiali, appoggia i gomiti sulla scrivania e, con lo sbuffo di quei materassini che non si riescono mai a sgonfiare del tutto, piomba con la fronte sui palmi aperti. 

Qual è la forma di blocco peggiore? Su alcune cose è estremamente sicura: al supermercato, ad esempio, di fronte al banco frigo si getta senza esitazione tra le braccia degli yogurt al cocco con le palline al cioccolato fondente. Ma portatela davanti allo scaffale dei biscotti ed è capace di restare interi quarti d’ora a rimbalzare tra una confezione e l’altra interrogandosi su quale di esse conterrà il mix perfetto tra una cosa senza troppi zuccheri, ma che soddisfi la sua voglia di dolce; con un buon gusto e una buona consistenza, ma senza olio di palma (che poi non si è più capito se faccia male o no); con un packaging sostenibile, riciclabile e riciclato (mai fidarsi al 100% dalle confezioni beige), ma che non costi 12 euro al kg – per poi decidere che di mangiare biscotti, in fondo, non le va così tanto e, infine, comprare un dentifricio solo perché le sembra brutto uscire a mani vuote dal supermercato. 

Ma sta divagando. Di fronte a lei non ci sono scaffali di merce seducente e minacciosa, c’è solo una pagina dove il suo mouse vaga senza meta, disegnando incroci di linee, cerchi e rettangoli che poi, irrimediabilmente, vengono cestinati. Sospettava che disegnare un logo potesse essere così complicato, e finalmente può dare un senso ai sorrisetti malefici con cui i suoi professori dell’Accademia accompagnavano l’affermazione pilastro della grafica: «un logo deve essere semplice». Semplice, sì, ma anche leggibile da lontano, sia in grande che in piccolo; ma anche adattabile a vari formati e vari supporti; con un buon contrasto ma senza troppi colori; equilibrato nelle dimensioni delle varie parti, ma con una gerarchia visiva che chiarisca qual è la zona più importante e quella meno; immediatamente comprensibile da chi non conosce la realtà di cui costituisce il volto, ma sufficientemente enigmatico da suscitare curiosità. 

Decisamente peggio che scegliere i biscotti. Il problema, pensa, è che “da fuori” non si vede la complessità che sta dietro un’immagine grande come uno sputo, con un colore e due linee. Non si vede che per arrivare a quella svirgolata di quel blu ci possono essere stati mesi e mesi di ragionamenti, di correzioni, di tentativi falliti così indecenti da non poter uscire dal computer. A volte deve ripetersi ad alta voce che non sta salvando vite umane, e che il fatto che il logo esca un pochino più verde o un pochino più viola non sposta il mondo di mezzo centimetro. 

Altre volte, invece, non riesce a non sentire la responsabilità che comporta l’occuparsi di comunicazione, perché non si tratta solo di colori e di font carucci. La forma, per lei, non è scindibile dal contenuto e non ne deve essere in alcun modo superiore. Anzi, nella quasi totalità dei casi il contenuto che le viene chiesto di comunicare è estremamente più complesso di quanto si possa racchiudere dentro un logo, un volantino, un poster. O un post. Non ha nessuna paura di passare per la sessantenne di turno (no, non dirà mai la parola boomer) quando pensa e dice che, da questo punto di vista, sui social si vedono cose rabbrividevoli. I social sono ricotta, in quanto a comunicazione: si prendono lo strato superficiale perché è quello buono, cremoso e facile da digerire. Ciò che resta sotto è solo scotta asprigna e si può serenamente gettare alle ortiche e poi dimenticare. Tutti temono la complessità della scotta. Di esempi non serve cercarne, basterà scrollare un social qualsiasi e dopo un paio di minuti la mente verrà obnubilata da una serie di grumi bianchi che non richiedono nemmeno lo sforzo di essere masticati. Gliene vengono in mente parecchi, ma deve ammettere che il periodo di propaganda elettorale appena trascorso ha regalato all’Italia delle perle da collezione. Ha davanti agli occhi quella serie di post terrificanti, quadrati ma divisi a metà. A destra, il titolo Più Italia, a sinistra Meno Europa. Già vede del problematico in una visione così nettamente bipartita del mondo, ma passi. Le vere criticità sono le due immagini che condiscono ciascuna una metà del quadrato e che variano di volta in volta. In un caso, sotto la scritta Più Italia c’è la foto di due ragazze di schiena, con dei bei capelli lunghi al vento e il sole della golden hour che le irradia; sotto la scritta Meno Europa, alcune donne musulmane, sempre riprese di schiena, col velo a coprire testa e capelli. Millenni di cultura islamica schiacciati in un’immagine usata tendenziosamente. 

In un altro caso, la composizione è sempre divisa a metà, ma questa volta sotto al titolo Meno Europa siamo portati a empatizzare con un uomo che tenta di bere da una bottiglietta di plastica col tappo che proprio non si stacca e finisce per schiacciargli il naso. Nel frattempo, il suo collega “più italiano” se la passa benissimo, nella metà destra del post, con una bottiglia da cui il tappo è stato completamente rimosso – e, pensa lei, probabilmente è già finito in gola a qualche tartaruga. Da qualsiasi lato lei le guardi, l’impostazione e l’uso di queste immagini le appaiono surreali. Vorrebbe prendere un caffè col grafico che le ha realizzate e chiedergli un paio di cose. Bel lavoro, ma non abbiamo forse un tantino esagerato con la semplificazione? 

Meno male, pensa, che c’è chi riesce a riderci sopra. Alza la testa per liberare i palmi formicolanti e, fingendo di non vedere la pagina ancora bianca sullo schermo del PC, apre YouTube e cerca un video. Il Terzo Segreto di Satira, L’elettore di Salvini.

«L’elettore di Salvini non sempre è ignorante, ma sicuramente è approssimativo. Problema pensioni? Facilissimo. Prendi 3 miliardi qua, e li metti là. Prendi altri 7 miliardi con una legge e li metti là. Fatto. Problema sicurezza? Facilissimo. Prendi dei militari lì, e li metti là. Poi fai una legge, assumi altri 100 poliziotti e li metti là pure quelli. Fatto. Quel Picasso là? Facilissimo. Prendi il rosso e fai il rosso, prendi il bianco e fai il bianco, fai due linee di colore così e hai fatto Picasso. Non è che ci vuole grande scienza». 

Gran bel video, la fa ridere sempre. Chiudendo YouTube per mettersi seriamente a lavorare, si immagina la delusione dei suoi professori dell’Accademia: tutti i loro sforzi per farle conoscere i grandi maestri, i grandi pensatori della grafica e della comunicazione, per poi trovarsi studenti che, per rispondere alle grandi domande sulla complessità del presente, si appellano a biscotti, ricotta e video satirici. D’altra parte, ognuno ha i riferimenti culturali che si merita. Pure lei. 

POSTILLA
Sarebbe stato molto più poetico se lei sapesse che il residuo della produzione della ricotta si chiama “scotta” per aver passato anni a lavorare in una malga, mungere le mucche all’alba e al tramonto, fare formaggio e organizzare formidabili degustazioni con mieli a km 0. In realtà, l’ha scoperto in 4,5 secondi cercandolo su Google. 

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