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A che linguaggio giochiamo?

Autore

Carlo Pacher
Carlo Pacher, classe 1995, lavora per la formazione e lo sviluppo delle persone in La Sportiva. Ha conseguito una doppia laurea in Scienze Filosofiche presso gli atenei di Padova e Jena, in Germania, con una tesi dal titolo: "Intersoggettivà, costruzione, limite. Intorno alla riflessione hegeliana sul linguaggio", tema a cui ha lavorato sotto la guida dei Professori Luca Illetterati e Klaus Vieweg. Precedentemente aveva affrontato il tema della conoscenza di sé in Platone per l'elaborato di tesi triennale con il Professor Carlo Scilironi. Nell'estate 2021 ha preso parte al corso executive "Strategie e nuovi modelli di sviluppo sostenibile" presso CUOA Business School. Attivo in più realtà di volontariato sociale a livello locale, musicista per passione.

Riflessioni sui giochi linguistici a partire dall’opera di Ludwig Wittgenstein

«Ricorda come è difficile per i bambini credere (o ammettere) che una parola ha //può avere// per davvero due significati completamente diversi».

[L. Wittgenstein, La filosofia, selezione dal Big Typescript, 1932.
Ed. ita. a cura di Diego Marconi, Donzelli Editore, 2006] 

Il linguaggio è quel gioco al quale giochiamo da sempre, che addirittura ci precede, con cui giochiamo finché ci siamo e che ci giocherà quando non ci saremo più. Tra tutte le modalità umane, il linguaggio si caratterizza per non essere nemmeno una scelta: siamo già immersi nel linguaggio quando veniamo concepiti (ancorché come pensieri), veniamo portati in grembo attorniati dal linguaggio, resi interlocutori, detti e predicati dalla gestazione, nel momento del parto e così via per tutta la nostra vita. A pensarci bene, esistiamo nel linguaggio prima che il linguaggio esista in noi; e una delle modalità di sopravvivenza oltre il nostro termine naturale consiste nella possibilità d’essere rianimati da un linguaggio che ci potrà parlare, che potrà parlare di noi. Dobbiamo al genio di Ludwig Wittgenstein la potentissima analogia tra gioco e linguaggio, con questo secondo che viene portato in luce come uno dei giochi più straordinari che l’essere umano sia stato in grado di sviluppare, che porta avanti continuamente a qualsiasi latitudine, e che si configura come uno dei tratti essenziali della sua esistenza come tale.

In che senso il linguaggio è gioco?

Parlare di gioco è innanzitutto parlare di regole. Di cos’altro c’è necessariamente e primariamente bisogno per giocare? Le regole del gioco definiscono un intero mondo, un perimetro essenziale che lo fa esistere, il confine dato che contemporaneamente delimita e conferisce possibilità d’essere. Ogni gioco ha le sue regole così come le ha ciascuna situazione umana che prende un significato. Ricerchiamo regole significanti dappertutto e nei confronti di ogni cosa in virtù della nostra intelligenza (intus-legere, leggere dentro, comprendere) specie-specifica, dotati di un sistema corpo-cervello-mente che in uno dei suoi funzionamenti di base ha bisogno di definizione e regola per comprendere il perimetro di significato di un’azione, di un discorso, di un’immagine. Se ci mostrano la fotografia di un campo di grano, subito congetturiamo riguardo al luogo in cui possa essere stata scattata; se guardiamo fuori dal finestrino dell’autobus una coppia che litiga, di riflesso stiamo già cercando di capire quale sia il tono e il motivo della lite, quale la sua gravità e pericolosità. Non è forse l’incapacità di porre immediatamente un’opera all’interno di una cornice di senso a renderci così respingente una certa forma d’arte contemporanea?

«I selvaggi hanno i giochi (o almeno, li chiamiamo così) per i quali non possiedono regole scritte, né liste di regole. Ora, immaginiamo l’attività di un esploratore che attraversa le terre di questi popoli redigendo liste di regole dei loro giochi. […] ((Ma perché non dico: i selvaggi hanno linguaggi (o almeno noi), … non possiedono una grammatica scritta…?))» [L. Wittgenstein, La filosofia, op. cit.].

Il fatto è che abbiamo bisogno di contestualizzare, e per contestualizzare ci serve una regola e una definizione, esattamente come per giocare ad un qualsiasi gioco occorre conoscere le regole per giocarlo, per stare in quella situazione. In questo senso tutto è gioco, e lo è soprattutto il linguaggio in quanto attività principale attraverso la quale l’essere umano costruisce, scambia e pone in atto significato. «Chiamerò «giuoco linguistico» anche tutto l’insieme costituito dal linguaggio e dalle attività di cui è intessuto». [L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche (1953). Ed. it. a cura di Mario Trinchero, Einaudi, 2014].

Non si tratta di un gioco, ma di tanti giochi – e qui cominciamo a divertirci. Il perché, riflette Wittgenstein, è presto detto: tanti sono i giochi quante sono le situazioni umane, dacché linguaggio è anche linguaggio specifico che nasce e concresce con il suo ambito di riferimento e sviluppa le sue proprie regole del gioco: «Ma quanti tipi di proposizioni ci sono? Per esempio: asserzione, domanda e ordine? – Di tali tipi ne esistono innumerevoli: innumerevoli tipi differenti d’impiego di tutto ciò che chiamiamo «segni», «parole», «proposizioni». […] Qui la parola «giuoco linguistico» è destinata a mettere in evidenza il fatto che il parlare un linguaggio fa parte di un’attività o di una forma di vita» [L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche. Op cit.].

Il nocciolo della questione che pone in luce Wittgenstein è proprio il fatto che i «giuochi linguistici» per cui esistono regole di perimetro e funzionamento sono i nostri giochi, ovvero: giochi e regole vengono costruite da noi e sono pertanto puramente – umanamente – relative, malleabili, discutibili, reinventabili e hanno esse stesse significato soltanto in una (da noi, di volta in volta) determinata cornice di senso, da una regola del gioco linguistico all’interno della quale giochiamo. Ora, un sistema di regole-cornice di significato specifico, ovvero il sistema che individua e descrive il funzionamento di un gioco linguistico, è la sua grammatica di riferimento. «La grammatica, nel senso in cui io impiego questa parola, è semplicemente la descrizione del maneggio effettivo del linguaggio //dei linguaggi//? Così che le sue proposizioni potrebbero essere propriamente considerate come proposizioni di una scienza naturale? La si potrebbe chiamare scienza descrittiva di parlare, in contrasto con quella del pensare. – Di certo, si potrebbero considerare anche le regole del gioco degli scacchi come proposizioni della storia naturale degli uomini (così come i giochi degli animali vengono descritti nei libri di storia naturale)» [L. Wittgenstein, La filosofia, op. cit.]. Da notare come la grammatica viene presentata come una regola talmente relativa da sembrare quasi arbitraria per veicolare questo significato piuttosto che quello. Il sistema significante, ci dice Wittgenstein, è una convenzione che potrebbe essere sostituita da un’altra: non c’è scritto da nessuna parte che per raccontare la storia dell’uomo non potremmo prendere come regole quelle del gioco degli scacchi.

Il fatto che ogni ambito della nostra esistenza viva anche attraverso la specifica grammatica di un gioco linguistico ribadisce la relatività della convenzione nel quale il linguaggio viene giocato: pensate per un momento all’accezione del termine “positivo”: se giochiamo con le regole del linguaggio comune, ci immaginiamo già un volto sorridente o un pollice alzato; se giochiamo con le regole del linguaggio medico, abbiamo imbarcato qualche rogna. E potremmo pensare a che significa “premio” contemporaneamente per uno sportivo e per un assicuratore, a ciò che vuol dire “rivoluzione” per un astrofisico e per un militante. «L’importanza della grammatica è l’importanza del linguaggio. Si potrebbe chiamare importante anche una parola, ad esempio “rosso”, nella misura in cui venisse impiegata spesso e per cose importanti, a differenza, ad esempio, della parola “coperchietto della pipa”. E allora la grammatica della parola “rosso” sarebbe importante perché descrive il significato della parola “rosso”. (Tutto ciò che la filosofia può fare è distruggere idoli. E questo significa non crearne di nuovi, ad esempio, nell’ “assenza” di un idolo”.)» [L. Wittgenstein, La filosofia, op. cit.].

«Non ci illumina, su questo punto, l’analogia tra lingua e giuoco? Possiamo senza dubbio immaginare che certi uomini si divertano a giocare con una palla in un prato; e precisamente, che comincino diversi giuochi, tra quelli esistenti, senza portarne a termine qualcuno; che tra un giuoco e l’altro gettino la palla in alto senza scopo, si diano l’un l’altro la caccia con la palla, gettandosela addosso per scherzo, ecc. e ora uno potrebbe dire: per tutto il tempo costoro hanno giocato un giuoco di palla attenendosi, ad ogni lancio, a determinate regole. E non si dà anche il caso in cui giochiamo e – “make up the rules as we go along”?. E anche il caso in cui le modifichiamo – as we go along» [L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche. Op cit.]. Accade così in ogni forma di vita, a partire dal dialogo tra due persone, che segue il medesimo andamento di cocreazione intersoggettiva della regola nel mentre che il gioco si svolge (sul tema dell’intendimento necessario perché ciò avvenga, si veda l’opera di Alfonso Maurizio Iacono, a partire dal contributo presente su questo stesso numero di Passion&Linguaggi). Giochiamo tutta la vita, da intendersi sia come durata che come complemento oggetto.

Seguendo Wittgenstein mettiamo a fuoco pertanto ciò che era sotto il nostro sguardo dal primo momento, ovvero che per situarci a monte – e quindi alla radice originaria – del meccanismo dei giochi linguistici e delle loro grammatiche ci è necessario rivolgere la riflessione alla “grammatica delle grammatiche”, prendendo in esame il linguaggio stesso. Addentrandosi appena nel pensiero, presto appare una condizione fondamentale: come tutte le regole del gioco, anche le regole del gioco linguistico hanno bisogno di essere nominate. Com’è possibile definire il linguaggio senza linguaggio? Quali regole per il linguaggio possono essere dichiarate a monte del linguaggio stesso?Il linguaggio è l’unico gioco che letteralmente per definizione non può prescindere da se stesso ma che è già sempre in gioco, è l’archetipo della “rule which goes along”. Non abbiamo altra via che quella linguistica per chiamare le regole del linguaggio, la grammatica, la sintassi, la logica. Attraverso il linguaggio esercitiamo una delle parti più nobili e potenti del nostro essere umani, la nostra parte simbolica e generatrice di significati. Attraverso il linguaggio definiamo, chiamandole, le regole dei nostri mondi e cioè dei nostri giochi: l’amore, il mestiere, l’amicizia, l’educazione, l’arte. 

Questo rinvio circolare del linguaggio al linguaggio, quasi una matrioska, ci racconta un aspetto originario e originale del nostro essere umani. A quanto ne sappiamo, non differiamo dagli animali per il fatto di esistere né per dover sottostare ai bisogni primari, ma per sapere di esistere e per il destino di riflettere su questa nostra coscienza. Così il processo per cui il linguaggio discute la sua propria regola, condizione di possibilità del suo stesso esserci, nel mentre che si gioca come gioco, ci racconta esattamente di noi stessi e del nostro essere umani.
Quell’essere umani che traduciamo in significati e sul quale riflettiamo dialogando, scrivendo, chiamando; quell’essere umani che ci chiede incessantemente di trascendere la nostra condizione umana alla ricerca di un oltre, di un prima, dell’al di là di/da noi stessi.

Ponendosi nella dimensione generatrice e originaria del linguaggio che ci precede e ci eccede, dove stanno e quali sono i limiti della malleabilità del nostro linguaggio e, contemporaneamente, quali vie di gioco si aprono per l’evasione dalla regola che il linguaggio è nel porre in essere significati?

La domanda è complessa e ha a che fare con la creatività della quale spesso è promotore proprio il gioco nella sua dimensione ludica. In Wittgenstein la domanda limite è una domanda linguistica che punta dritta alla radice stessa del nostro giocare il linguaggio e nel linguaggio essere giocati, precisamente nella misura in cui «i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo» e viceversa [L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, 1921. Cfr: wittgensteinproject.org]. La riflessione sulla possibilità di infrangere la regola delle regole rappresenta la domanda filosofica per eccellenza, laddove filosofia per il viennese significa smontare, quasi detonare, la grammatica del linguaggio facendolo implodere dall’interno della sua relatività di creazione umana potentissima e contingente. La filosofia stessa, essendo anch’essa contingenza, si lega ad un osare circa la regola del gioco linguistico: «La filosofia non è depositata in proposizioni, ma in un linguaggio. – Come le leggi acquistano interesse soltanto se vi è la tendenza a violarle, // quando vengono violate // così certe regole grammaticali acquistano interesse solo se i filosofi tentano di violarle» [L. Wittgenstein, La filosofia, op. cit.].

 L’atto di sfida che si può osare per rompere la grammatica significante intraprende in Wittgenstein un destino vano e vuoto: quello per cui il linguaggio cade fuori dal suo proprio perimetro di regola contingente e, come ogni gioco senza regola, cessa di essere, cioè: cessa in quanto linguaggio di significare il gioco che esso stesso è. Questo destino oscilla tra la perfetta irrilevanza del linguaggio rispetto alla sussistenza della realtà e (quindi) la conformità del linguaggio a sé stesso, ovvero: alla sua necessità d’essere adeguato e plasmato sulla realtà per poterla significare – e così esistere in quanto linguaggio parte della realtà.

«Il linguaggio non può esprimere ciò che appartiene all’essenza del mondo. Per questo non può dire che tutto scorre. Il linguaggio può dire solo ciò che potremmo immaginarci anche diversamente. Che tutto scorre deve essere insito nell’essenza del contatto del linguaggio con la realtà. O meglio: tutto scorre deve essere insito nell’essenza del linguaggio. E ricordiamoci: nella vita quotidiana questo non ci colpisce – ci colpisce così poco come i bordi sfumati del nostro campo visivo (qualcuno direbbe: “perché ci siamo così abituati”). Come, in che occasione, crediamo di notarlo? Non è forse quando vogliamo costruire proposizioni contrarie alla grammatica del tempo?» [L. Wittgenstein, La filosofia, op. cit.].

Cadere al di fuori della regola d’esistenza del linguaggio assume i tratti dell’invisibilità prima ancora di sancire la morte del linguaggio nella sua inutilità, confermata nella contingenza labile del tempo che scorre veloce e che con sé trascina pure i significati del significare.

…e però, è pur vero che il gioco del linguaggio è anche il gioco delle regole, il gioco che gioca le regole e non soltanto nelle e grazie ad esse. Le regole definiscono le grammatiche che sono mondi. Esse si inventano inventando i giochi, e anche questa è un’azione linguistica: quando il linguaggio è capace di rompere la sua stessa grammatica entra in contatto con il mondo – “mondeggia” – modificandolo, creando lo spazio per una nuova grammatica che da quella rottura soltanto può emergere, individuando il possibile ed attuandolo cambiando il perimetro d’esistenza del gioco stesso. La possibilità del linguaggio e la sua sussistenza attiva – la lingua che cambia – sta nella sua negazione e nell’apertura creativa all’inedito: se il linguaggio è gioco, allora è anche possibilità di interagire col gioco e di cambiarlo approcciandone di nuovi. Lo spazio per l’inedito si avvera tramite immaginazione che è descrizione, tramite linguaggio che è rottura: occorre concentrarsi esattamente in quella zona d’ombra che «ci colpisce così poco come i bordi sfumati del nostro campo visivo (qualcuno direbbe: “perché ci siamo così abituati”)» [L. Wittgenstein, La filosofia, op. cit.]. Per un nuovo gioco possibile, ancora tutto da inventare.

«In filosofia è difficile non esagerare»
[L. Wittgenstein, La filosofia, op. cit.].

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